Il viaggio nei meandri della coscienza di Ari Folman

in Valzer con Bashir

 La sensazione di aver visto qualcosa di sconvolgente si ha con lo scorrere dei titoli di coda, quando, a differenza di quello che normalmente avviene nelle sale, gli spettatori restano incollati alle poltrone. Si stenta a digerire quello che il regista israeliano Ari Folman ha raccontato in Valzer con Bashir  non tanto perché ci si trova di fronte a un’opera di difficile lettura, quanto per l’improvviso virata dei minuti finali: da cartoon decisamente originale, con uno stacco netto che sa di sberla mediatica, il film diventa crudo documentario di guerra, con l’occhio impietoso della macchina da presa che vaga dalle donne afflitte che urlano la loro disperazione e invocano Allah a mucchi di cadaveri ammassati, dalle bestie stramazzate al suolo ai corpicini dei bambini trucidati. “Ho voluto inserire, alla fine, delle immagini reali – dice Folman - perché nessuno possa uscire dalla sala con la convinzione che si tratti solo di un film di animazione, bei disegni, bella musica e basta. Se qualche giovane cliccherà su Google per leggere cosa accadde a Sabra e Shatila, io avrò ottenuto il più grande risultato».

 

Perché? Cosa accadde a Sabra e Shatila?

Era il 16 settembre del 1982. In Libano era scoppiata la guerra civile: da una parte le truppe falangiste dei cristiano-maroniti, dall’altra i palestinesi. Bashir Gemayel, capo delle forze libanesi e amatissimo presidente, era caduto vittima di un attentato terrorista e, come risposta, era scattata la rappresaglia: i falangisti erano entrati nei campi dei profughi palestinesi di Sabra e Shatila e avevano compiuto una carneficina senza risparmiare nemmeno le donne, i vecchi e i bambini. L’esercito israeliano, che in quel periodo era di appoggio ai cristiano-maroniti e in quella circostanza faceva da “anello” attorno alle truppe di Bashir, assiste al massacro senza intervenire, perché le vittime (460 secondo le autorità libanesi, 800 per i servizi segreti israeliani, 1500 per la Croce Rossa, 3500 per le fonti filo-palestinesi) appartengono all’odiato popolo che avevano sbattuto fuori dalla Palestina nel 1948.  Anche Ari Folman, che allora aveva appena 17 anni, era lì, con altri ragazzi della sua stessa età e oggi, a 26 anni di distanza, non ricorda più nulla di quella guerra e di quella strage. Non ricorda nemmeno di esserci stato. Buio totale. Ha cancellato tutto. A risvegliargli qualche immagine – un bagno notturno con i commilitoni davanti a Beirut in fiamme – ci penserà un suo amico ed ex compagno d'armi, ossessionato dal sogno di 26 cani inferociti che ogni notte vanno a latrare sotto la sua finestra. Sono i 26 cani che abbaiavano e segnalavano l’arrivo dei soldati e che egli ha avuto il compito di eliminare. Per Folman è l’inizio di un percorso a ritroso nei meandri della coscienza e della memoria. Su consiglio dello psicanalista privato, Ori Silvan, va a trovare quanti hanno condiviso con lui quella dolorosa esperienza e da ognuno di essi ottiene pezzi di storia, racconti di “sogni perduti di uomini che all’epoca erano solo ragazzi”: il commilitone geniale che dopo la guerra ha deluso tutti e ha scelto di andare a vivere nei Paesi Bassi, il soldato in preda alla paura e a visioni onirico-sessuali, il ragazzo baciato dalla fortuna che esce indenne da un’imboscata e raggiunge il suo reparto dopo aver nuotato tutta la notte, il coraggioso reporter di guerra che telefona a Sharon e denuncia il crimine di guerra, il giovane disperato che imbraccia il mitra e balla il suo valzer di morte in una piazza tappezzata dalle gigantografie di Bashir crivellate di proiettili. Storie individuali che riaffiorano in una sorta di seduta psicanalitica collettiva e animano un documentario di 2.300 tavole, magistralmente disegnate da David Polonsky e Yoni Goodman in quattro anni di lavoro, fino a farlo diventare angosciante film di guerra, un Apocalypse Now  che non vuole accusare uomini e Paesi, ma solo invitare a riflettere. “Non mi stanco di ripetere che la mia è un’opera sulla memoria e sulla rimozione, non una lezione di storia”, precisa il regista e spiega ciò che, in qualche modo e per varie ragioni, tutti abbiamo sperimentato: per vivere, spesso, si ricorre all’accantonamento inconscio di fatti traumatici. Apprezzato a Cannes e candidato all’Oscar 2009, Valzer con Bashir non ha fatto registrare analoghi unanimi consensi in Israele. Motivo? Un regista ed ex soldato che critica il governo del suo Paese sputa nel piatto in cui mangia. Un grossolano errore di lettura, perché Folman, con la sua accusa (Il mondo si divide in due fazioni: chi sostiene le proprie idee con la violenza e chi no. Da noi in Israele e in molte altre parti della terra, la maggioranza appoggia la violenza e trova sempre qualche giustificazione per fare la guerra, che sia di natura religiosa, politica, idelogica. Io tifo per la non violenza e sono molto critico sia nei confronti del mio governo che dell’altra parte…) ha fatto solo un invito alla pace, piaccia o no a chi fa finta di non vedere e di non capire.

Valzer con Bashir (Waltz With Bashir)

Regia: Ari Folman

Animazione

Germania, Francia, Israele, 2008

Durata: 87’