
Il disagio dell'essere giovani
Italia, 1953
con: I. Redi (I. Occhini), A.M. Sandri, G. Rubini, R.
Primavera, C. Carère, G. Turi, T. Pandolfini, B. Rossetti
regia: Luciano Emmer
durata: 104', b/n
In un liceo classico di Roma, i ragazzi della Terza
Liceo vivono il loro ultimo anno delle superiori. Li seguiamo dal primo giorno
di scuola fino agli esami di maturità. Si intrecciano amicizie, amori,
incomprensioni con i genitori e con i docenti. Qualcuno è povero ma felice;
qualche altro è ricco ma infelice. Un giovane insegnante si sforza di capire i
loro problemi; genitori maturi e possidenti si chiudono nel loro egoismo. Così
andava la scuola agli inizi degli anni
Cinquanta. Non è cambiato molto.
Emmer Luciano (Milano, 1918)
Ancora studente, fonda con l'amico Enrico Gras una
piccola casa di produzione, per la quale realizza vari documentari che si
impongono nel dopoguerra anche all'attenzione internazionale. Suo tema
prediletto è l' opera d'arte, che anima in forma narrativa grazie a un uso
originale della musica e del montaggio. Con questa tecnica illustra, tra
l'altro, opere di Giotto (Racconto da un
affresco del 1941, Il cantico delle
creature del 1943, Il dramma di
Cristo del 1948), di Bosch (Il
paradiso terrestre del 1948 e 1957), di Carpaccio (La leggenda di Sant'Orsola del 1948), di Piero della Francesca (1949),
di Goya (1950), di Leonardo
da Vinci (1953), di Picasso (1955). Esordisce nel cinema
narrativo con Domenica d'agosto
(1950), in cui manifesta la sua peculiare caratteristica d'autore:
un'osservazione minuta e affettuosa della vita popolare e piccolo-borghese,
intrisa di umorismo garbato e di misurato sentimentalismo. Coadiuvato generalmente
dallo sceneggiatore Sergio Amidei - cui si affiancano talvolta scrittori come
Vasco Pratolini, Ennio Flaiano, Carlo Bernari - dà conferma delle sue qualità
nei film successivi, sempre imperniati su piccole vicende di gente comune: Parigi è sempre Parigi (1951), Le ragazze di Piazza di Spagna (1952), Terza liceo (1953). In un cinema così
deliberatamente antieroico non c'è posto per protagonisti assoluti. Infatti
Emmer ama adottare una struttura corale in cui si intersecano le vicende di
vari personaggi e solo con Camilla (1954)
tenta la strada di un racconto unitario. Dopo il caricaturale Il bigamo (1958), affronta temi più
amari e polemici ne La ragazza in vetrina
(1960) in cui, unendo efficacemente documentario e narrativa, offre un
ritratto drammatico della vita degli immigrati e dell'ambiente della
prostituzione in Olanda. Poi, abbandonata l'attività cinematografica, si dedica
prevalentemente alla televisione e alla pubblicità. Ritorna al cinema con Basta! Ci faccio un film (1990). (dal Dizionario Universale del Cinema, a cura
di F. Di Giammatteo, Vol.2, Editori Riuniti)
Gli alunni della Terza
liceo hanno voglia di crescere in fretta, ma il disagio della loro età è
attutito dalla consapevolezza che la vita, finito il periodo degli studi, riserva
giorni meno allegri e spensierati. Sullo sfondo, infatti, si intravedono storie
di adulti che sono rimasti bambini, probabilmente ammalati di un disagio
peggiore: quello di non riuscire più ad essere giovani.
Alcuni giudizi critici
"I racconti del film di Emmer, come (...) Terza liceo (...) sono legati alla
rappresentazione dell'esistenza, nel tentativo di cantare la fenomenologia
dell'epica quotidiana. Disponendo i racconti su un piano sincronico, si
potrebbero vedere le decine di episodi e di personaggi, di cui si compongono,
come vere e proprie lasse cinematografiche di un modesto cantare di gesta
dell'epica piccolo-borghese che affronta, con forza, coraggio e ottimismo, il
rigore del clima degli anni cinquanta. Anche in questo caso non sottovalutiamo
semplicisticamente la modestia delle intenzioni e dei risultati. Questi film
hanno tutti uno stile interscambiabile, nel senso che non si avverte quasi la
presenza registica e della macchina da presa, mentre propongono, nel loro
insieme, un messaggio e un richiamo alla solidarietà, al rispetto umano, alla
tolleranza, alla coscienza sociale, che per i tempi non era poca cosa."
(Gian Piero Brunetta, Storia del cinema
italiano, pag. 435, Editori Riuniti)
"Un piacevole e accorato ritratto dell'Italia
anni Cinquanta: pur senza grandi colpi di regia, Emmer tratteggia con abilità i
personaggi e regge con disinvoltura le fila di una storia impostata in modo
corale." (Dizionario dei film 1996
, a cura di Paolo Mereghetti, Baldini & Castoldi)
"Il film risulta eccessivamente frammentario,
anche se gli episodi sono legati tra loro con una certa superficiale abilità. I
problemi della scuola sono appena accennati. Il mondo giovanile, così ricco di
interessi e aperto a molteplici richiami, è qui considerato quasi solo in
rapporto alle prime esperienze amorose. Gli attori sono scelti e ben diretti.
La fotografia è buona." (Segnalazioni
cinematografiche, vol. 35, 1954)
"L'autore, puntando sugli aspetti più superficiali ed epidermici della
vita dei giovani, ha divagato, con scarso ritmo ed esteriore mordente, soltanto
sulle loro avventure sentimentali (...) La descrizione (...) è convenzionale
nell'impostazione e banale nelle indagini, il racconto slegato e
inconcludente." (Nino Ghelli, Rivista
del Cinematografo, 5 maggio 1954)