Il mare
amaro di Terraferma Se ci fosse stato Padron
‘Ntoni, il commento più sintetico a Terraferma, Premio Speciale della Giuria a Venezia 2011, l’avrebbe
fatto spendendo solo due parole: Mare
amaro! Chi ha letto Verga – quello
di Fantasticheria e de I Malavoglia – sa
bene che per comprendere appieno la
delusione del vecchio lupo di mare bisogna inserire questo motto nel contesto
di un ambiente che vive quasi esclusivamente di pesca, sentirlo pronunciare con
inflessione dialettale, fare attenzione alla mimica facciale e gestuale che lo
accompagna. Come dire che, nell’ambito della comunicazione, anche
due semplici parole acquistano valore polisemantico. A maggior ragione quando
le due parole si arricchiscono di immagini,
scenografia, colonna sonora, interpretazione e diventano un film. Nella filmografia di Emanuele
Crialese, Terraferma rappresenta il naturale approdo di una
ricerca storico-sociale che molti hanno definito “la trilogia del mare”. La
storia di Grazia, la protagonista di Respiro
(2002), affondava le sue radici nella tradizione orale,
a metà tra verità e leggenda; quella di Salvatore Mancuso in Nuovomondo (2006) era ambientata agli inizi del Novecento, quando la terraferma desiderata dagli emigranti siciliani si chiamava
America; questa della famiglia Pucillo è cronaca dei
nostri giorni. In tre tappe, Crialese ha scolpito la
traversata della vita ed è importante questa premessa per non limitarsi a
vedere la sua ultima fatica da una sola angolazione. La
storia è un test che il regista propone agli spettatori. La lettura dipende
dalla parte in cui ci si colloca. Per i disperati che fuggono dalla loro patria
e restano per giorni e giorni in balia del mare la
terraferma cambia progressivamente aspetto e diventa barca di soccorso, spiaggia dove sfamarsi e idratarsi, isola e
garage dove nascondersi, continente dove approdare, luogo dove ricongiungersi
con i parenti e rifarsi una vita. Per i turisti in vacanza la
terraferma è una città da abbandonare per qualche settimana, il tempo
strettamente necessario per imbarcarsi su un traghetto, sbarcare su un’isola, abbronzarsi,
abbuffarsi di pesce e divertirsi con balli e tuffi in acque limpide. Per gli
isolani è tutto più complicato, perché i tempi sono cambiati troppo in fretta,
le nuove generazioni hanno un modo tutto loro di vedere le cose, il mare è amaro e il mondo è un pesce vorace che ingoia tutto. Ecco la famiglia Pucillo, per esempio, fatta come le dita di una mano. Con Nonno
Ernesto che ha la sua barca, vecchia e rattoppata quanto si vuole, ma sempre
buona per tamponare l’avarizia del mare; con un figlio che giace tra i fondali
e un altro che ha smesso di pescare pesci per catturare turisti; con la nuora
Giulietta che, ormai intenzionata a lasciare l’isola per assicurare un futuro
migliore al figlio ventenne Filippo e a se stessa, ha pensato di racimolare
qualche euro in più trasformando la sua casa in Bed senza Breakfast. Una
famiglia che sbarca il lunario e che, all’improvviso, viene
travolta dagli eventi. Durante una battuta di pesca, Ernesto e Filippo
avvistano una barca di profughi in avaria. La legge dello Stato non permette
salvataggi di clandestini, ma il vecchio pescatore non ha mai tradito quella
del mare che impone di non abbandonare nessuno tra le onde. E’ così che in casa
Pucillo arriva Sara, una Madonna nera stuprata e rimasta incinta, e suo figlio di pochi
anni. Un grosso problema che complica maledettamente i piani di
Giulietta. Quando Sara partorisce, i
Pucillo non se la sentono di buttarla fuori di casa, ma la
sua presenza diventa ancora più ingombrante. Altri guai arrivano dalla salute
malferma di nonno Ernesto, dalla Finanza che sequestra la barca, da nuovi
sbarchi di clandestini e dalla reazione violenta di Filippo, dal controllo
delle forze dell’ordine. Quando tutto sembra definitivamente
compromesso, Filippo riscatta paura e crudeltà avventurandosi con Sara e i suoi
bambini verso la terraferma. Un film-test,
si è detto. Con la particolarità che ogni spettatore ha la libertà di scegliersi
le domande che più gli fanno comodo: da quelle irrilevanti (l’isola talmente piccola da non comparire sul
mappamondo è Linosa o Lampedusa?
Riuscirà Filippo a raggiungere la terraferma?), a quelle letterarie (Crialese come Hemingway de Il vecchio e il mare, come Conrad di Lord Jim, o come Verga de I Malavoglia ?); da quelle tecniche (la bellezza della
fotografia, la funzionalità del colore, i giochi di luce, il ritmo e il
montaggio), a quelle interpretative (il mestiere consolidato di Donatella Finocchiaro, la conferma di Filippo Pucillo,
la bella sorpresa di Mimmo Cuticchio, la
naturalezza di Timnit T. che rivive sul set il suo
dramma di profuga). Il consiglio è di non incorrere nella superficialità tralasciando
altri e ben più importanti interrogativi che questo dramma simbolico pone. Quali? Quelli sull’emigrazione e
l’accoglienza dei profughi, sull’integrazione
e la paura dell’altro, sul contrasto tra
la legge dello Stato e quella della Coscienza, sull’egoismo borghese e
l’altruismo proletario, su due madri
dalla pelle diversa unite dalla stessa voglia di ricostruire altrove la vita
dei loro figli, sui conflitti tra vecchio e nuovo mondo e tra giovani provenienti
da diverse estrazioni, sulle verità nascoste da grossolane bugie
propagandistiche, sull’umanità inquieta e mutevole come il mare, alla costante
ricerca di una terraferma interiore. Regia:
Emanuele Crialese Con: Donatella Finocchiaro,
Giuseppe Fiorello, Mimmo Cuticchio, Filippo Pucillo, Timnit T., Claudio Santamaria, Martina Codecasa,
Tiziana Lodato Italia,
Francia, 2011 Durata:
88′, col.