Il sole anche di notte

 

 

Una risposta al disagio spirituale

 

 

 

IL SOLE ANCHE DI NOTTE

 

 

Italia/Francia/Rft, 1990

con: J. Sands, N. Kinski, M. Bonetti, C. Gainsbourg, P. Villoresi

regia: Paolo e Vittorio Taviani

durata: 113', col.

 

Sergio Giuramondo è un giovane cadetto alla corte di Re Carlo III di Borbone. Poco prima delle nozze, la bella duchessa Cristina, sua promessa sposa, gli confida di essere stata l'amante del sovrano. La rivelazione sconvolge il giovane; ferito nell'orgo­glio, va alla ricerca di una tranquillità spirituale facendosi monaco nella certosa di Padula. Ma né il chiostro, né l'eremitag­gio riescono a dargli conforto e pace. Per la vita di stenti che conduce, Padre Sergio acquista ben presto fama di santità e la sua baita diventa meta di curiosi, ammalati, banditi e comuni fedeli; ma una notte egli cede alla tentazione e, in preda allo sconforto, prima cerca invano la morte, poi intraprende in inco­gnito la vita del viandante, convinto che l'amore per Dio si realizza tra gli uomini.

 

Paolo e Vittorio Taviani  (San Miniato, 1931 e 1929)

Provenienti da una famiglia borghese, che ne vorrebbe fare degli avvocati o degli ingegneri, i due fratelli organizzano nell'imme­diato dopoguerra, con Valentino Orsini, spettacoli e proiezioni a Pisa e Livorno. Il sodalizio va avanti: dopo aver rinunciato definitivamente agli studi universitari i tre realizzano alcuni documentari. Trasferitisi a Roma nel 1960, collaborano alla regia di un film di Ivens (L'Italia non è un paese povero) e, poco dopo, girano due lungometraggi: Un uomo da bruciare (1962) e I fuorilegge del matrimonio (1964). Svincolatisi da Orsini, i Taviani cominciano a lavorare per conto proprio, impegnandosi a realizzare film dai contenuti prevalente­mente storico-politici, come le lotte rivoluzionarie dell'Otto­cento, la crisi delle ideologie, la ricerca del valore progressi­sta di quelle utopie che la storia ha destinato alla sconfitta. Dopo il successo di Padre Padrone (1977) i Taviani sono stati considerati tra i migliori registi del cinema italiano. La loro ricerca tende a un cinema lineare che si riallacci al filone classico e tenda all'epica. La delusione storica per la rivolu­zione mancata non è da loro vista con rabbia, né con il senso

impotente della sconfitta. C'è nel loro cinema soprattutto il bisogno di analizzare i fatti e, nei limiti del possibile, di comprenderli. Tra i loro film, da ricordare: I sovversivi (1967), Sotto il segno dello scorpione (1969), San Michele aveva un gallo (1971), Allonsanfan (1974), Il prato (1978), La notte di San Lorenzo (1982), Kaos (1984), Good Morning Babilonia (1987), Fiorile (1993), Le affinità elettive (1995), Tu ridi (1998), Resurrezione (2001), Luisa Sanfelice (2004), La masseria delle allodole (2007).

 

Il disagio di Sergio è quello di un uomo che non riesce a vivere in una società di furbi, arrivisti, prepotenti, falsi. La sua vocazione alla solitudine nasce come fuga da tutto e da tutti, per questo la sua spiritualità è intrisa di orgoglio e la sua adesione all'umiltà e alla povertà resta ben lontana dal mistici­smo semplice di Francesco d'Assisi e dei suoi frati. 

 

 

Alcuni giudizi critici

 

"Nel racconto "Padre Sergio", tenuto segreto e uscito postumo, Tolstoj aveva messo molto di se stesso: ma i Taviani, ambientan­dolo in un Settecento borbonico di maniera, non gli hanno reso un buon servizio. Quale sia poi il motivo per cui abbiano scelto questa parabola sulla fuga, la vanità e la santità impossibile, è un mistero. Un film sontuoso dietro l'aria poveristica, insipido come il suo cast internazionale: e non vi brilla un barlume di follia mistica." (Dizionario dei film 1996, a cura di Paolo Mereghetti, Baldini & Castoldi)

 

"Il capolavoro dei fratelli Taviani, che avrà negli anni novanta lo stesso spazio conquistato negli ottanta da La notte di san Lorenzo. Una ricerca del sublime, una riduzione da un testo letterario, "Padre Sergio" di Tolstoj, anche più intensa, sotti­le, profonda dell'originale, una rivisitazione del cinema in costume e del cinema romanzo che ancora una volta inventa nuovi percorsi, con approdi stilistici di perfezione assoluta. Il tema, in Tolstoj e nel film, è l'orgoglio: che vanifica la ricerca di Dio fino a quando, pagata a caro prezzo e sofferta, non viene a sostituirlo l'umiltà. Sobrio rigore, per la felicità dello stile che ad ogni episodio si veste di nuove proposte, per l'altezza dell'universo spirituale cui si tende e che alla fine ci viene svelato." (G. L. Rondi, in CinEnciclopedia 2, 1994)

 

"Con rispetto e discrezione i due registi trattano i riti reli­giosi e accennano a debolezze e vanità da cui anche persone di chiesa possono non essere immuni; o visualizzano nel film il momento avvilente della caduta compiuta mentre sono descritte le contraddizioni di un personaggio combattuto da un perenne dramma interiore, tra segni apertamente visionari, volti a suggerire, con una decisa tensione religiosa, non solo la ricerca dell'asso­luto, ma l'aspra e dolorosa esplorazione dell'anima." (Editoria Elettronica Editel, CinEnciclopedia 2, 1994)

 

""Chi cerca Dio non lo trova, chi cerca la verità forse trova Dio". Con questo epigramma tolstoiano si consuma l'ulteriore prestito dei Taviani dalla storia, dalla letteratura, dal cinema della modernità. Autori fra i più scomodi  del panorama italiano, ma da anni alla ricerca di un incontro più passionale con il pubblico, i due fratelli hanno curato una fusione di temi, cultu­re e linguaggi diversi." (C. Mazzantini, in La rivista del Cine­matografo)