Sacro GRA
La leggenda medioevale
individuava nel Sacro Graal il calice dell’ultima cena che, in seguito, aveva raccolto
il sangue di Cristo morente sulla croce. Senza una vocale e senza l’ultima
lettera, il Sacro Gra
di Gianfranco Rosi, che dopo 15 anni ha riportato in Italia il “Leone d’Oro”
della Mostra del Cinema di Venezia, è un documentario che raccoglie gocce di
vita ai margini della capitale. Nei 70 chilometri di quell’anello di Saturno che circonda Roma, Rosi ha scovato esistenze
nascoste e ha dato loro visibilità filmica. Per un’operazione del genere,
costatagli due anni di lavoro passati in gran parte dentro un minivan, egli ha
saggiamente scelto la formula del documentario. In tal modo, non solo è rimasto
fedele alla sua vocazione di documentarista (nella sua filmografia altri tre documentari
girati in India, Stati Uniti e Messico), ma ha potuto dare ai luoghi e ai
personaggi l’impronta della genuinità. Nessuna invenzione filmica
nel fiume di macchine che intasa il raccordo, negli aerei che sorvolano
Fiumicino e Ciampino, nei mini appartamenti di enormi e asettici edifici, nelle
pecore che pascolano, nell’ambulanza che accorre sui luoghi degli incidenti. Rosi, piazza la telecamera e sparisce dietro
di essa. Non vuole raccontare, convinto che riprendere con discrezione è già
racconto. Con uno stile che richiama le lezioni dei maestri – il montaggio
delle attrazioni di Ejzenstejn, il cine-occhio di Vertov, le cinéma-vérité
francese, il neorealismo italiano – racconta storie semplici ma non inutili.
Roberto, Cesare, Paolo, Amelia, Francesco, Filippo, Xsenia,
Gaetano, il venditore di porchetta, il mangiafuoco, gli extracomunitari, i
travestiti, le ragazze immagine di un bar, ecc., analogamente al Raccordo
Anulare, pur vivendo ai margini della
città, non si possono considerare da essa disgiunti. Uomini, animali e piante sono
accomunati in un mondo che sembra la brutta copia di quello che, alcuni mesi
prima, s’era visto ne La grande bellezza.
E se il film di Paolo Sorrentino aveva richiamato alla mente Fellini,
questo di Rosi non può non evocare Pasolini. Con la differenza che, proprio
perché sappiamo che stiamo vedendo un documentario, siamo coinvolti più di
quanto non lo siamo stati ne La dolce
vita e in Accattone. In Sacro
Gra non c’è la finzione filmica a fare da scudo e
si esce dalla sala con un groppo alla gola. Quell’uomo che, dopo avere trasportato sconosciuti feriti in ospedale,
arriva nella sua modesta casa, si prepara la cena, elemosina un po’ di
compagnia virtuale e una dolce carezza dalla madre in preda a demenza senile, esiste
veramente. Ed esistono veramente anche il pescatore di anguille, il nobile
piemontese decaduto relegato con la figlia in pochi metri quadrati, l’attore di
fotoromanzi, il palmologo, il grottesco collezionista
di onorificenze, il dj indiano, le prostitute, i fedeli che credono di vedere apparire
la Madonna tra le nuvole.
Bisogna esserci rimasti
intrappolati almeno una volta nel Grande Raccordo Anulare di Roma, o in qualche
altra autostrada, per capire che in questo road-movie
ci siamo anche noi. Non visibili perché segregati all’interno delle nostre
auto, ma ugualmente vittime dell’ansia che la velocità ha inoculato nelle
nostre vene, costretti a sconfiggere la solitudine con freddi monologhi,
collegandoci ad internet, elemosinando compagnia. Per questo, ad eccezione
dell’amaro sorrisetto che ci sfugge quando l’attore-comparsa Gaetano confessa
candidamente che si sarebbe prostituito se solo gli avessero offerto la parte
del protagonista in un film, si avverte il gusto amaro di non avere solo spiato
la vita degli altri, ma anche la nostra. Il raccordo, come tutti i cerchi, si
chiude là dove ha avuto inizio. Con
l’aggiunta dell’unico brano di colonna sonora che, non certo per caso, è stato
inserito nei titoli di coda, ovvero ai margini del documentario: Il cielo di Lucio Dalla. Se non abbiamo
percorso un cerchio infernale, non abbiamo di certo attraversato i cieli del
paradiso. Scegliamo, allora, la via di mezzo e riflettiamo sul fatto che anche le
cornici del purgatorio hanno forma circolare. E non sembri fuori luogo richiamare
Dante mentre si scrive su un documentario. Storie vere e storie inventate, laicità
e religione, prosa e poesia, nel film di Rosi come nella vita, si fondono
e si confondono. Lo hanno detto in tanti.
In Sacro GRA, lo dice anche il
personaggio più colto, lo studioso Francesco che, servendosi di sofisticati
strumenti elettronici, collega il sordo brusio degli insetti parassiti che
stanno distruggendo le piante al chiacchiericcio degli uomini che banchettano
nei ristoranti. E allora, più dell’ Uomini
e topi di Steinbeck, viene in mente il
malinconico Er caffettiere filosofo
di Gioacchino Belli, dove gli uomini sono paragonati ai chicchi di caffè nel
macinino che si urtano e fanno a gara per entrare là dove saranno stritolati senza
pietà.
Sacro
GRA
Regia: Gianfranco Rosi
Documentario
Italia, 2013
Durata: 93’, colore