Miele e fiele nell’opera prima di Valeria Golino

 

A rappresentare l’Italia a Cannes 2013, non c’era solo La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Nella sezione “Un certain regard” figurava, infatti, anche Miele, opera prima di Valeria Golino che non rimanda né a Fellini, né a tradizionali filoni italiani. Se proprio gli si vuole trovare un legame, infatti, bisogna fare riferimento a due film della scorsa stagione che, presentati nei due principali festival cinematografici europei, hanno suscitato interesse e sono stati argomento di accesi dibattiti: Amour, premiato con la “Palma d'oro” a Cannes, e Bella addormentata, presentato a Venezia. Come Michael Haneke e Marco Bellocchio, anche Valeria Golino porta sul grande schermo il delicato tema dell’eutanasia che, di solito e proprio per le disparate opinioni che suscita, viene affrontato in convegni e tavole rotonde. E’ bene chiarire subito, tuttavia, che Miele  narra soprattutto una storia di turbamenti d’animo, lasciando agli spettatori il compito di porsi problemi di ordine etico, morale, religioso, professionale e quant’altro, ai quali inevitabilmente la trama rimanda.  

Al centro della vicenda, c’è una giovane donna dei nostri giorni, bella e triste, moderatamente androgina e introversa. Si chiama Irene (una più che matura Jasmine Trinca), vive di momentanei rapporti sessuali, footing e musica sparata in cuffia. Per gli amici è una ricercatrice universitaria, ma in realtà ha una doppia vita. Quando veniamo a conoscenza della sua attività illegale e clandestina, comprendiamo in parte la strana impenetrabilità del suo sguardo. Ed è un colpo basso. Irene, sotto il nome fittizio di Miele, si occupa di suicidi assistiti e riveste i panni di un freddo angelo della morte. Con la complicità di medici poco scrupolosi e dietro richiesta di parenti disperati che vogliono abbreviare l’agonia dei loro cari, compie ripetuti viaggi in Messico, si procura dosi di Lamputal, un farmaco letale a uso veterinario, si fa rilasciare una dichiarazione di scarico di responsabilità e, pur non assistendo al tragico epilogo, fornisce dettagliate istruzioni su come somministrarlo. Un giorno, a implorare il suo intervento è l'ingegnere Grimaldi (al quale presta volto e bravura Carlo Cecchi), un solitario intellettuale settantenne, ma questa volta non c’è nessuna malattia incurabile a giustificarne la richiesta. Solo dopo avergli consegnato il barbiturico Irene scopre che la malattia di Grimaldi è solo stanchezza di vivere e, per impedirgli di compiere il tragico gesto, cerca in tutti i modi di riavere indietro il Lamputal. La sua ansia non nasce dalla paura di venire coinvolta nel suicidio dell’ingegnere, ma da un’ etica personale: Irene non si ritiene un “sicario” e non vuole sentirsi corresponsabile in alcun modo. Se succedesse l’irreparabile, non potrebbe continuare a giustificare se stessa e il suo lavoro. L’incontro con Grimaldi, che con il passare dei giorni diventa confidenziale scambio di idee e affettuoso rapporto, fa vacillare le convinzioni della donna e le certezze diventano dubbi, vita e morte si scambiano i ruoli, il miele diventa fiele.  

Tratto da A nome tuo  di Mauro Covacich,  prodotto dal Riccardo Scamarcio e da Viola Prestieri, Miele ha il pregio della coraggiosa scelta di una storia privata che tocca temi generali da sempre oggetto di controversie, strumentalizzazioni, polemiche. "All'inizio – dice la Golino - ho avuto paura, ho pensato che fosse un argomento troppo difficile, poi però ho deciso che volevo proprio raccontare questa storia e parlare di questo argomento, del contrasto tra la vita e la morte.” Va letta così, allora, la contrapposizione tra l’immobilità dei corpi dei malati e il frenetico correre, viaggiare, ascoltare musica, avere fugaci rapporti sessuali di Irene. La morte – sia quella della madre, che probabilmente ha segnato la sua esistenza e ha influito sulle sue scelte, sia quella di estranei agonizzanti, che le procura da vivere ma che la protagonista non ama guardare in faccia - si presenta improvvisamente con un’altra maschera: quella della noia, del male di vivere, come avrebbe detto Eugenio Montale. In tal modo, la neoregista evita di addentrasi nello spinoso tema dell’ eutanasia, non suggerisce soluzioni, non si schiera pro o contro convinzioni etiche, religiose e politiche. Questo non significa, però, che Miele sia un film superficiale e pilatesco. Tutt’altro, perché, dietro una vicenda che può vederci passivi spettatori, pone interrogativi radicali comuni a tutti e di perenne attualità: come interpretare la morte? come guardarla in faccia quando entra nelle nostre case e mette a dura prova i nostri affetti e le nostre credenze?   

Miele  

Regia: Valeria Golino

Con: Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Libero De Rienzo, Iaia Forte, Vinicio Marchioni, Roberto De Francesco, Barbara Ronchi

Italia, 2013    

Durata: 96’, colore