Locandina del film La solitudine dei numeri primi

 La solitudine dei numeri primi

2008: Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi vince il premio Strega e il Campiello. 2010: Saverio Costanzo, con la collaborazione di Giordano, adatta il romanzo per il grande schermo e realizza, dopo Private (2004) e In memoria di me (2007), il suo terzo film. Più dramma esistenziale che “horror sentimentale”; più introspezione che narrazione.

Mattia e Alice hanno qualcosa che accomuna la loro infanzia: sensi di colpa e infelicità. Il primo si sente responsabile della scomparsa di Michela, la sorellina gemella ritardata mentale, imprudentemente lasciata da lui sulla panchina di un parco; la seconda non perdona al padre di averle imposto pericolose discese sugli sci, in una delle quali s’è smarrita, è precipitata in un dirupo ed è rimasta zoppa a vita. Mattia tenta di flagellare il rimorso con l’autolesionismo, Alice sprofonda nell’anoressia. Negli anni della loro adolescenza i due si incrociano. Potrebbero superare le loro solitudini, ma sono “numeri primi”, divisibili soltanto per uno, per se stessi. Le loro strade si dividono proprio quando potrebbero unirsi: Mattia va in Germania a sfruttare la sua genialità e ad appesantirsi nel corpo; Alice si dedica alla fotografia, si sposa, divorzia, dimagrisce ancora. Passano gli anni. Un giorno, all’interno di un supermercato, Alice crede di individuare in una donna le fattezze di Michela e viene colta da malore. E’ l’occasione per riprendere i contatti con Mattia. Lo rintraccia e gli scrive “Vieni” con l’intento di togliergli dalla coscienza il tormento di una vita. Pur non conoscendone la ragione, Mattia la raggiunge. Ancora un incontro tra i due, l’ultimo. Tardivo per entrambi, ormai ingabbiati nelle rispettive solitudini.

I numeri primi sono numeri solitari, incompatibili con gli altri. Numeri condannati a smarrirsi nella nebbia, o davanti al tunnel della vita. Ma che avviene se due numeri primi si incontrano tra di loro? Se non possono stare insieme e sopportarsi a vicenda, possono almeno comprendersi?  A riprova che le ferite del corpo sono meno gravose di quelle dell’animo, ne La solitudine dei numeri primi è sempre Alice a tentare l’approccio. Dal corridoio della scuola, dove i due si incontrano per la prima volta, fino alla panchina della scena finale seguiamo due mondi destinati a sfiorarsi, mai a congiungersi. E forse è meglio così. Certi sostegni funzionano meglio a distanza e l’amicizia, spesso, è più utile di un triste amore. Quando Alice, umiliata dalla bisessuale Viola, vuole cancellare in modo cruento il tatuaggio dell’amicizia dal suo corpo, trova solo in Mattia il complice ideale. E’ allora che lo spettatore inorridito augura loro di percorrere strade diverse. Le telefonate, la partecipazione a sporadiche feste, i reciproci pensieri a distanza, una lettera scritta dopo tanti anni sono tentativi per la costruzione del puzzle della loro esistenza e preludiano a qualcosa di tenero; il bacio, tessera mancante e sempre sul punto di arrivare,  è invece vissuto come un pericolo imminente. Infelicità ad alti livelli le cui radici vanno individuate, ancora una volta, all’interno del nucleo familiare. Mattia e Alice hanno in comune anche genitori intestarditi nelle loro convinzioni borghesi, con i padri a comandare e le madri a tentare timide reazioni. E’ su di loro che, in qualche modo, ricade una buona parte di responsabilità. I flashback non rimandano mai a un’infanzia serena e la solitudine dei due ragazzi appare come logica conseguenza della solitudine delle due famiglie.

Saverio Costanzo si impossessa della storia dipingendo (ovviamente con il placet di Giordano) i personaggi a tinte forti, lavorando sui loro corpi con l’intento dichiarato di scavare nell’ animo. Non lo fa solo con i due protagonisti in versione adulta (la sempre brava Alba Rohrwacher e l’esordiente Luca Marinelli), ma anche con quelli di contorno (Isabella Rossellini, madre sfiorita e consunta; Filippo Timi, diabolico clown che terrorizza i bambini; Aurora Ruffino, perfida Viola). Anche la ricostruzione non cronologica della storia, i colori violenti, la musica invadente, l’alternanza di rabbia e silenzio, la fusione tra personaggi reali e fantasmi, sono da lui utilizzati come in uno psicodramma. Non sempre, in verità, con efficacia e senza provocare fastidio (si pensi, per esempio, all’ossessione del suono e delle luci artificiali nella lunga sequenza della discoteca) ed è per questo che, a sentire i giurati di Venezia 2010, il suo film disorienta soprattutto chi non è avvezzo al cinema italiano. Critica che a molti è sembrata ingiusta e pretestuosa per giustificare l’assenza di riconoscimenti ufficiali all’Italia, non tenendo presente che anche noi siamo disorientati di fronte al cinema iraniano, pakistano, africano, giapponese... e che mostre e festival sono solo vetrine internazionali. E’ risaputo anche che i veri premi, a dispetto di accordi, simpatie e antipatie,  li assegna il pubblico affollando o disertando le sale.  

La solitudine dei numeri primi

Regia: Saverio Costanzo

Con: Alba Rohrwacher, Luca Marinelli, Martina Albano, Arianna Nastro, Tommaso Neri, Vittorio Lomartire, Aurora Ruffino, Isabella Rossellini, Filippo Timi

Italia, Francia 2010

Durata: 118′, col.