Il vuoto dentro ne

La prima neve di Andrea Segre

 Sarà poi vero che, quando si ha successo con la prima opera, bisogna saltare la seconda e ricominciare dalla terza? Massimo Troisi, in Ricomincio da tre, ci scherzava sopra; Andrea Segre, convinto che anche le regole non scritte hanno le loro eccezioni, la ignora e, due anni dopo Io sono Lì, ripresenta, ancora a Venezia e questa volta nella sezione “Orizzonti”, La prima neve, suo secondo lungometraggio. Non siamo più a Chioggia, ma a Pergine, paesino sperduto nelle montagne del Trentino, ai piedi della Val dei Mocheni; non ci sono più la cinese Shun Li e i vecchi pescatori, ma l’africano Dani e i montanari. Resta la delicatezza con la quale questo regista tratta temi di grande attualità, come l’immigrazione, l’accoglienza, l’integrazione, la solitudine, gli affetti. I richiami a Giorgio Diritti de Il vento fa il suo giro, o a Ermanno Olmi de Il tempo si è fermato, non inficiano il valore di questo bel film. Sono, al contrario, la testimonianza di un cinema italiano capace di produrre qualcosa di ben più valido dei cine-panettoni e delle commedie insulse.  

La prima neve della stagione è quella che, in montagna, ammanta tutto di candore abbagliante. La prima neve della vita, per chi non l’ha mai vista, è quella che ricopre dolori, vuoti, delusioni. Dani e Michele sembrerebbero due esseri destinati a non incontrarsi mai: il primo è un uomo di colore che, per fuggire da una Libia in guerra, ha attraversato il mediterraneo e ha trovato una provvisoria sistemazione presso una casa di accoglienza; il secondo è un adolescente italiano che ama più la moto che la scuola, contesta la madre Elisa e frequenta amici imprudenti. Nell’attesa di ottenere un visto per sistemarsi definitivamente a Parigi, Dani accetta di lavorare nel laboratorio di falegnameria di Pietro, nonno di Michele e suocero di Elisa, ed è lì che diventa amico di Michele. Nonostante la differenza di età, la diversa provenienza e condizione sociale, i due scoprono, a poco a poco, di avere qualcosa in comune: un vuoto dentro. Dani ha perso sua moglie nel corso della traversata; Michele ha perso il padre, travolto e tradito dalla montagna che amava. La tentazione, per l’uno e per l’altro, sarebbe quella di evadere, di uscire - fisicamente o psicologicamente - fuori dal bosco nel quale si sono inoltrati. Avrebbero anche validi motivi per riempire questo vuoto, ma Dani non riesce ad essere padre per la bimba che sua moglie ha partorito prima di morire e Michele non riesce ad essere figlio per la madre che gli sta accanto. La strada per il loro incontro la indica il saggio nonno Pietro quando, unendo la dolcezza del miele all’asprezza del legno, spolvera un motto d’altri tempi: “le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme”. L’odore che unisce Dani e Michele è quello che proviene dalla perdita delle persone amate e non è certo per caso che i loro incontri hanno come sfondo il bosco. Nella letteratura fiabesca, infatti, il bosco è spesso allegoria dei crocevia dell’esistenza. E’ lì che Cappuccetto Rosso incontra il lupo, Hansel e Gretel vengono abbandonati, Pinocchio subisce l’inseguimento del Gatto e della Volpe, Pollicino si smarrisce e ritrova la strada di casa, la Bella addormenta si sveglia, Biancaneve viene risparmiata dal cacciatore; è lì che vivono personaggi buoni e cattivi come streghe, orchi, elfi, fate, gnomi, nani. Segre fa coincidere l’uscita dal bosco con l’arrivo della prima neve e con l’inizio di un nuovo percorso. Sarà il ragazzino (Michele come il piccolo Bruno di Ladri di biciclette?), a indicare la strada all’adulto depresso. Un lungo e accidentato percorso volutamente funzionale allo stato d’animo dei due e l’approdo ai piedi di una lapide, là dove si smaltisce la rabbia contro il destino e ci si ritrova abbracciati. 

Non siamo di fronte a un filmetto di serie B e, se le regole del mercato non fossero quelle che sono, la fatica di questo regista meriterebbe una diversa distribuzione. I temi che affronta, l’abilità di dirigere attori debuttanti (il piccolo Matteo Marchel su tutti) e professionisti, l’esperienza di documentarista maturata negli anni e messa a servizio di inquadrature bellissime e funzionali alla vicenda, la scelta di ridurre i dialoghi e di dare spazio al silenzio eloquente delle vallate, non sono pregi comuni nel panorama del nostro cinema. Magari è azzardato fare delle previsioni, ma questo regista che dichiara pubblicamente di credere nella forza del cinema come “elemento fondamentale dell’educazione di un paese” e che riesce a farci uscire dalla sala con la sensazione di non avere sprecato due ore del nostro tempo, ha tutte le carte in regola per andare lontano.   

La prima neve

Regia: Andrea Segre

Con: Jean Christophe Folly, Matteo Marchel, Giuseppe Battiston, Anita Caprioli, Roberto Citran, Peter Mitterrutzner; Leonardo Paoli

Italia, 2013

Durata: 104’, col.