
Emigrazione e disagio
Italia, 1987
con: V. Spano, J. De Almeida, G. Scacchi, D. Becker,
O. Antoniut ti, C. Dance.
regia: Paolo e Vittorio Taviani
durata: 118', col.
Pisa, 1911: mastro Bonanno e i suoi otto figli, tutti
restauratori, rimangono senza lavoro. Andrea e Nicola, i più bravi, decidono
di continuare in America, ma i primi tempi sono più duri del previsto e i due
fratelli trovano solo umilianti occupazioni marginali. Quando anche per loro
arriva la grande occasione (grazie all'incontro casuale con un gruppo di connazionali diretti a costruire
il padiglione italiano all'Esposizione universale di san Francisco del 1914)
non se la lasciano scappare e, animati da grande ambizione, riescono a
dimostrare che i figli dei figli dei figli di Michelangelo e Leonardo sono
eccezionali artigiani. Intanto, da quelle parti, sta lavorando anche Griffith,
il regista di Nascita di una nazione,
il quale, dopo aver visto Cabiria di
Pastrone, è entrato in crisi e trova difficoltà ad ultimare Intolerance,
il grandioso affresco pacifista. I due fratelli Bonanno, realizzando un
elefante bianco a proboscide levata che
viene direttamente dalla memoria delle formelle del Duomo di Pisa, non tardano
a farsi notare e apprezzare. La loro vita cambia: si sposano e sono felici, ma per la paternità concessa
ad uno e negata all'altro deteriorano
il loro rapporto e si separano. Si ritrovano durante la guerra, sul Carso, poco
prima di morire.
(Per le notizie biografiche riguardanti Paolo e
Vittorio Taviani
vedere la scheda de Il sole anche di notte.)
Non c'è, in questo film, solo il disagio dei giovani
che all'inizio del secolo lasciavano la propria terra per inseguire il sogno
americano; c'è anche il disagio degli uomini che, per la prima volta, sono
coinvolti in una guerra fratricida di risonanza mondiale. La raccomandazione
di Mastro Bonanno ai suoi ragazzi - e
cioè quella di volersi bene, di restare sempre uniti e di far ritorno in patria
- suona, in tal senso, come l'insegnamento dei padri disatteso dai figli.
Tra le tante riflessioni che il film suggerisce, si
sottolinea l'intelligente intuizione dei Fratelli Taviani di vedere il cinema
come prosecuzione della nobile arte dei costruttori delle cattedrali.
Alcuni giudizi critici
"C'era una volta il cinema. La sua grande magia e
il suo sogno che sono diventati miti. Il cinema costruito fotogramma dopo
fotogramma, arte del nostro secolo; così come, arte del Medioevo, le cattedrali
furono costruite pietra su pietra. Per creare l'uno e le altre, testimonianze
della gloria umana e simboli della continuità creativa, occorrevano artigiani,
"come siamo noi" dicono i Fratelli Taviani (...) Più che storia di
immigrati, come apparentemente la trama suggerisce, Good Mornig Babilonia è un film sulla ricchezza di essere
artigiani; e sulla meraviglia e l'emozione di ciò che le mani dell'uomo possono
fare, anche oggi in tempi di mistica tecnologia." (V. Spiga, Il Resto del Carlino, 18/9/'87)
"I temi sono molti: la famiglia come legame tra
passato e presente; la parità nella fratellanza; l'elogio dell'artigianato;
l'amore per il cinema (le cattedrali di oggi sono i grandi film); l'orgoglio di
essere italiani ("Siamo i figli dei figli dei figli di Michelangelo e
Leonardo. Di chi sei figlio tu?"), la speranza di un rapporto di parità
tra America ed Europa; il posto importante che l'arte (la bellezza) occupa o
dovrebbe occupare nel mondo." (M. Morandini, Il Giorno, 17/9/'87)
"Se in sottofondo si può leggere l'orgoglio del
"made in Italy" che garantisce il successo, non si devono richiamare
solo i recenti e lusinghieri risultati economici, occorre rifarsi alla storia e
soprattutto agli uomini che l'hanno costruita. Perché i registi sembrano
volerci ricordare che i capolavori architettonici o quelli cinematografici
sottendono e si reggono solo sulla capacità creatrice dell'uomo e sulla sua
volontà di darle spazio." (D. Canobbio, La Settimana, 25/10/'87)
"Un film sull'essere fratelli, dunque
autobiografico, un film sull'amore per il cinema, un film sull'essere italiani,
un film sui rapporti tra genitori e figli, un film sulla musica, un film sui
sentimenti, un film sul destino: quante cose riesce ad essere l'ultima fatica
di Paolo e Vittorio Taviani..." (P. Segneri, La Notte, 18/9'87)
"...un'affettuosa apologia dell'industriosità
italica, capace di trasferirsi da vecchie a nuove opere, con la stessa
entusiasta adattabilità dei due giovani protagonisti della pellicola, i quali,
già restauratori di cattedrali romaniche, fanno poi valere la loro genialità
artigiana anche sui set ancora primitivi di un'arte neonata, il cinema."
(G.Biraghi, Il Messaggero, 18/9/'87)