locandina del film LA FONTANA DELLA VERGINE

 

 

Il disagio della fede

 

 

LA FONTANA DELLA VERGINE
 (Jungfrukallan)

 

 

Svezia, 1960

con: Max von Sydow, B. Valberg, B. Petterson, G. Lindblom, A. Duberg

regia: Ingmar Bergman

durata: 88', b/n

 

Il soggetto - con l'aggiunta di alcuni elementi spettacolari (il rospo nel pane, il personaggio della sorellastra Inger, un bambi­no al posto del terzo assassino, il coltello da beccaio al posto della spada, ecc.) è tratto dalla ballata La figlia di Tore a Vange  scritta da un anonimo del XIV° secolo e sceneggiata da Ulla Isaksson.

Questo il testo:

 

"La figlia di Tore di Vange

 nel letto s'indugia a dormire;

 mattutino è già suonato

 ma Dio non la vuole punire.

 La madre sale a destarla

 - fresca è ancora la foresta -

 "Figlia mia, alzati, è l'ora

 in chiesa di andare".

 Fiera, Karin nel letto seduta

 intreccia i suoi lunghi capelli dorati

 e mette la veste di seta

 che quindici vergini hanno tessuto.

 Fiera Karin indossa la cotta

 di fili d'oro fiammeggiante,

 e sopra l'azzurro mantello.

 Così per la chiesa è abbigliata.

 Nel cuore della profonda foresta

 tre pastori vede venire.

 "Diventerai la nostra donna:

 la tua giovane vita ne risponde!"

 "Non sarò la vostra donna

 e lo dirò a mio padre."

 "La sua collera non ci fa paura:

 tu sarai la nostra donna!"

 Essi violentano Karin, la fiera

 e la uccidono.

 Per i capelli d'oro la trascinano

 in un cespuglio di bianca betulla

 tenendola per le trecce, le sbattono

 la testa su un grosso ramo.

 Dal corpo il capo separano:

 dal suolo zampilla un limpido ruscello.

 Ne afferrano le vesti d'oro

 riempiendo le sacche di pelle.

 Il corpo nel fango interrato

 il bottino portano al villaggio.

 Accade che avendo scelto

 lo stesso sentiero di passaggio

 dopo un lunghissimo errare

 giungono infine a Vange.

 Alla sua fattoria, scorto

 mastro Tore davanti la porta:

 "Mastro Tore, vestito di pelli

 dateci sale e pane!"

 Appena entrati portano loro

 idromele e buon vino.

 Mastro Tore comincia a lamentarsi:

 "Come tarda mia figlia a rientrare!"

 Sua moglie lo porta a dormire

 poi i pastori la raggiungono.

 "Comprateci questa camicia di seta

 lavoro di nove pulzelle".

 Quando Mareta vede la camicia

 gran pena le serra il cuore.

 Ella sale nella camera alta

 dove il marito ancora veglia.

 "Svegliati, caro marito

 vostra figlia è morta, senza dubbio,

 i pastori hanno la camicia tra le mani:

 il mio cuore è annientato!"

 Brandisce la spada nuda in mano

 uccide un pastore, un secondo,

 poi uccide il terzo.

 Getta allora la sua spada a terra:

 "Dio mi perdoni la vendetta!"

 Che cosa dobbiamo fare per penitenza?

 Erigere una chiesa in pietra?

 La farò con le mie stesse mani, subito.

 Fresca è ancora la foresta.

 La chiameremo "Castelletto".

 Sugli alberi si schiudono le foglie."

 

 

Ingmar Bergman  (Uppsala, 1918 - Isola di Faro, 2007) )

Figlio di un pastore protestante, comincia ben presto ad interes­sarsi di teatro, dirigendo il gruppo filodrammatico dell'Univer­sità di Stoccolma dove studia storia e letteratura.  Nel 1940 diventa prima aiuto regista e poi regista al Teatro Reale dell'Opera. Assunto dalla "Svensk Filmindustri", dopo essersi fatto notare per una sceneggiatura per un film di Alf Sjoberg - Spasimo (1944) - realizza il suo primo film: Crisi (1945). Pur riconoscendogli qualche abilità, la critica lo sottovaluta e ignora. Maggiori e migliori sono, invece, i riconoscimenti che ottiene come regista teatrale. Nel 1947 gli viene affidata la direzione del teatro comunale di Goteborg. Nel 1950, Bergman riprova a girare film e il suo Estate d'amore ottiene qualche riconoscimento alla Mostra di Venezia. Dopo avere scritto e diretto altri film vertenti soprattutto sui problemi dei giovani, approda al surrealismo e all'espressionismo. Si impone all'attenzione dei critici di tutto il mondo con Il setti­mo sigillo (1956). E' con questo film che inizia anche la sua ricerca esistenziale, nella quale assumono particolare rilevanza i problemi legati alla religione, alla presenza di Dio, al suo "silenzio" e ai misteriosi perché del dolore e della morte. Stabilitosi nell'isola di Faro, affida a pochi e stretti "colla­boratori" il compito di "esternare" le sue idee: al fotografo Sven Nykvist; agli attori Max Von Sydow, Gunnar Bjornstrand, Liv Ullmann, Ingrid Thulin.

Dopo avere annunciato più volte il suo addio al cinema, dichiara di avere firmato con Fanny e Alexander il suo ultimo film. Muore a 89 anni nella sua cara isola sul Mar Baltico.

Della sua vasta filmografia è indispensabile ricordare almeno le opere più note: Sorrisi di una notte d'estate (1955), Il settimo sigillo (1956), Il posto delle fragole (1957), Il volto (1958), Alle soglie della vita (1958), La fontana della vergine (1959), Come in uno specchio (1961), Luci d'inverno (1962), Il silenzio (1963), Persona (1966), L'ora del lupo (1966), La vergogna (1968), Sussurri e grida (1973), Scene da un matrimonio (1973), Il flauto magico (1974), L'immagine allo specchio (1976), L'uovo del serpente (1977), Sinfonia d'autunno (1978), Un mondo di marionette (1980), Fanny e Alexander (1983).

 

Il disagio della fede (ieri come oggi, in Svezia come in altre parti del mondo) appare ne La fontana della vergine in tutta la sua sconcertante drammaticità. In una società basata sulla forza e sull'inganno non c'è posto per gli uomini semplici. Tore, con l'uccisione dei tre pastori, sazia la sua sete di vendetta, ma non trova una spiegazione per comprendere il motivo dell'orribile morte della figlia. La sua crisi scaturisce dalla constatazione dell'esistenza di un Dio che, pur vedendo i mali del mondo (compresa la sua ira cieca), rimanda ad un'altra vita il suo verdetto e la sua giustizia, non manifestandosi agli uomini con il suo ostinato silenzio. 

 

Alcuni giudizi critici:

 

"Impregnato di un misticismo severo e aspro, ben più livido di quello del Settimo sigillo (la violenza è inevitabile e la scena dello stupro è di un realismo crudele), La fontana della vergine è tuttavia uno dei film più ricchi di speranza del regista, come sottolinea la fonte dell'acqua purificatrice (un motivo che ricorrerà anche altrove, per esenpio nel finale del Silenzio).

(Dizionario dei film 1996, a cura di Paolo Mereghetti, Baldini & Castoldi)

 

 

"Da ogni particolare Bergman riesce a trarre partito per tale orchestrazione: le facce dei pastori - l'orrida favella del muto interpretata dall'altro fratello - il lamento di Karin come i guaiti di una bestiola in agonia, dopo l'offesa, quando traversa lo spazio dello schermo sbandando e un poco piegata sul corpo - il canto degli uccelli che accompagna la sua apparizione come segno del candore - la fiabesca caduta della neve, subito dopo l'assassinio, sopra il cadavere della fanciulla e sul ragazzo: appunto due vittime innocenti, candide come la neve - la traver­sata stregata del bosco con l'apparizione di quella specie di orco libidinoso della foresta - il rospo dentro il pane (il rospo cade sulla tovaglia e la sua caduta coincide in qualche maniera con lo sfrenamento dell'ingranaggio funesto) - il particolare della scena del vomito - il motivo del ventre della bastarda - la duplice apparizione del corvo." (Pio Baldelli, Cinema dell'ambi­guità: Bergman, Antonioni, Samonà e Savelli)

 

"... il film è un grande gioco della fantasia, per un autore ancora alle prese con psicologie complesse (la serva, amante della vita e del piacere, che provoca la violenza contro la sua padroncina; il padre, con i suoi conflitti non risolti tra ragio­ne e passione, tra vendetta e perdono; la natura, nella sua violenza primitiva, maligna o benigna che sia) e con eventi emotivamente forti (lo stupro - che dopo Cannes fu ampiamente censurato d'autorità -; la morte dei pastori, compresa la racca­pricciante scena dell'uccisione del più giovane; il miracolo della sorgente, che scioglie deliberatamente una tensione accumu­lata lungo l'arco dell'intera vicenda)." (Fernaldo Di Giammatteo, Dizionario Universale del Cinema, Editori Riuniti)

 

"Di quest'epoca (il medioevo) Bergman, con moderna sensibilità per il fatto economico, ha colto soprattutto il nesso tra la miseria cronica e il fanatismo religioso, un nesso fatto di profonda insicurezza, d'esasperato istinto di conservazione e di disperazione terrena. Era l'epoca in cui un giubbone di cuoio veniva trasmesso in eredità di padre in figlio e i raccolti erano sempre scarsi e le pestilenze frequenti: la vita in un'epoca simile era un vero miracolo di cui si doveva  ringraziare ad ogni momento il cielo. Come si vede siamo ben lontani dal medioevo dei romantici e dei dannunziani. In realtà Bergman è un decadente moderno che ha letto Marx e guarda al medioevo, tempo di care­stie, dall'alto dei nostri anni afflitti dalla sovraproduzione." (Alberto Moravia, L'Espresso, 1 gennaio 1961)

 

"Ne La fontana della vergine era il folclore che, in un certo modo, rispondeva per me, trasformandosi quasi in un mezzo per do­cumentare la mia idea di Dio." (risposta di I. Bergman a Gian Luigi Rondi, in 7 domande a 49 registi, SEI)

 

"Perfetto nella forma plastica quanto medioevale nella concezio­ne, chiuso in una struttura circolare e lineare che non dà adito a sorprese, il film rappresenta la momentanea resa di Bergman, sempre in equilibrio tra metafisica e razionalismo, al miracolo oggettivo." (La storia del cinema, Vol. 4, Vallardi)