
Il disagio della paternità
Italia, 1946
con: A. Fabrizi, G. De Lullo, M. Pisu, D. Nava, L.
Nava, P. Nava, M. Soldati
regia: Renato Castellani
durata: 100', b/n
Orazio Belli, bidello in un liceo romano, rimane
vedovo pochi giorni dopo essere diventato padre. Con il dichiarato intento di
vedere un giorno suo figlio titolare
della cattedra di latino e greco nel liceo in cui lavora, egli si sobbarca a mille sacrifici, ma un
giorno, per una delusione d'amore, il giovane è sul punto di rinunciare agli studi. Un docente non
allineato con le idee politiche del regime fascista convince Orazio junior a non lasciare la scuola, ma il bidello è
costretto a separarsi dal figlio. A
Campobasso prima e a Foggia dopo, il giovane completa gli studi, si laurea e
diventa professore. Il tempo passa. Nel liceo romano arriva, in visita, un ex
professore di educazione fisica, passato alla politica. Anni prima, questi
aveva sposato una maestra di scuole serali verso la quale Orazio Belli nutriva
segreti sentimenti di amore. Ora la donna è morta e tra le tre figlie, già
signorine, ce n'è una che le somiglia in modo impressionante.
Per non fare arruolare il figlio e per realizzare il
sogno della sua vita, Belli è disposto a fare carte false; per questo, tramite
le tre ragazze, stipula una sorta di tacito patto di "do ut des" con
l'influente uomo politico. Tuttavia, quanti si aspettavano da Orazio junior
favoritismi devono, ben presto, ricredersi. Per non ostacolare la rettitudine
morale e l'intransigenza del figlio, Orazio Belli decide, allora, di rinunciare alla sua soddisfazione personale
e di andare in pensione, dando per
l'ultima volta il "finis" alle lezioni del giorno e al suo lavoro.
Renato Castellani (Finale Ligure, 1913 – Roma, 1985)
Dopo aver trascorso la sua infanzia in Argentina (a
Rosario di Santa Fé), ritorna in Italia all'età di 12 anni. Nel 1936 si laurea
in architettura a Milano, dove era andato a vivere con i suoi. La sua avventura
nel cinema comincia collaborando al film di Camerini Il grande cappello. Trasferitosi a Roma nel 1938, scrive due
soggetti mai realizzati su Cristoforo Colombo e Salvator Rosa. Dopo aver
partecipato (come sceneggiatore e come aiuto regista) alla realizzazione di
film di Genina, Camerini, Soldati e Blasetti, debutta con Un colpo di pistola (1941). L'opera si fa notare per l'alto esercizio di
"calligrafismo" nel tentativo di reagire al clima imperante di
retorica fascista e propaganda bellica. I freddi preziosismi formali si
ritrovano anche in Zazà (1942), un
film che lascia trasparire come egli abbia assorbito la lezione di quelli che
considera i suoi maestri ideali: Sternberg, Chaplin, Flaherty. Nei film che
seguono, Castellani tende a far proprie le tecniche del neorealismo
svuotandolo, tuttavia, di ogni
contenuto socio-politico e privilegiando la commedia e il lieto fine. Leone
d'oro a Venezia nel 1954 con Giulietta e
Romeo, con l'avvento dell'era televisiva si cimenta nella realizzazione di
due kolossal: La vita di Leonardo da
Vinci (1971) e Verdi (1982).
Altri suoi film: La
donna della montagna (1943), Sotto il
sole di Roma (1948), E' primavera
(1949), Due soldi di speranza (1951),
I sogni nel cassetto (1957), Il brigante (1961), Mare matto (1963). Muore nel 1985, mentre
sta lavorando a una versione fantascientifica de L'isola del tesoro, e
viene sepolto su sua precisa volontà nel cimitero di Finale Ligure Marina.
In Mio figlio
professore il cinema cerca di presentare i professori (ma la stessa cosa
la farà anche con i giudici, i poliziotti,
i pensionati statali, gli ispettori delle tasse, i carabinieri...), nella
veste eccezionale di persone oneste, interamente dedite al loro lavoro,
nonostante la miseria delle paghe e degli stipendi. Non tutti i docenti, tuttavia, sono immuni da critiche.
Tra di loro ci sono i pavidi, gli opportunisti, gli esigenti, i compiacenti...
Il protagonista di questo film resta, però, il
bidello, nella duplice veste di padre (con il disagio di dovere provvedere alla
crescita del figlio senza l'aiuto di una compagna) e di impiegato statale che
sogna per il proprio figlio un lavoro più sicuro e più decente del suo. Alla
soddisfazione di vedere realizzato il suo sogno subentra, tuttavia, il disagio
della condizione sociale che gli impone il grande sacrificio di abbandonare il
posto di lavoro. Anche se la sceneggiatura scivola a volte nel grottesco,
alcune scene comiche sono davvero memorabili (come il tentativo di Orazio Belli
di far funzionare una penna stilografica o di uccidere la gallina Lucrezia,
l'alternarsi dei ministri all'allora Ministero dell'Educazione Nazionale,
l'interrogazione dell'alunna raccomandata) ed esemplare appare la recitazione
di Fabrizi con l'eloquente silenzio dei primi piani. Due curiosità: con questo
film De Lullo fa il suo esordio nel cinema; tra i professori della commissione
di esami figurano anche gli scrittori Ennio Flaiano ed Ercole Patti.
Alcuni giudizi critici
" L'umile storia di un uomo umile, un padre come
ce n'è molti che ha un figlio come ce n'è moltissimi...: una storiella lieve
che abbracciando vent'anni di vita italiana (il leitmotiv è "Come
pioveva", Fabrizi fischietta "Bombolo") affronta temi neorealistici
all'insegna del sorriso, anticipando la poetica dei futuri film di Castellani,
intessuta di realismo e di fiducia nella vita." (Dizionario dei film, a cura di Paolo Mereghetti, Baldini &
Castoldi)
"Castellani in Mio figlio professore fa emergere, nella ricostruzione della
figura del bidello che alleva da solo e fa studiare il figlio e lo porta ad
insegnare nella stessa scuola in cui lavora, il senso di una grande attenzione
per gli affetti provati, vissuti come donazione e sacrificio e, nello stesso
tempo, collocati al centro di tensioni e condizionamenti sociali e di classe.
(...) La parabola di A. Fabrizi in Mio
figlio professore è data anche simbolicamente dal suo scendere e salire le
scale, tra fascismo e dopoguerra. Il punto più basso è raggiunto nell'ultima
scena dell'abbandono della scuola dove ha trascorso una vita, dopo che ha
raggiunto la consapevolezza definitiva che i codici sociali richiedono il
sacrificio di quelli affettivi, anche nella nuova situazione storica."
(Gian Piero Brunetta, Storia del cinema
italiano, Editori Riuniti)
"... patetica storia di un bidello romano che
sogna il figlio in cattedra. Considerato unanimemente come un'opera mancata, il
film anticipa tuttavia quella particolare sensibilità, intessuta di realismo,
umorismo e visione "rosa" della vita, che caratterizza le opere
successive." (Gian Paolo Bernagozzi, in Dizionario Universale del Cinema, a cura di F. Di Giammatteo,
Editori Riuniti)
"In Castellani scade molto di importanza il
valore del soggetto rispetto alle esigenze formali e le sue preoccupazioni
realistiche si riducono soprattutto alla naturalezza e alla spontaneità della
narrazione, all'annotazione scrupolosa di tutti gli episodi e degli elementi di
contorno ed alla fedeltà verso gli aspetti più comuni della vita quotidiana.
(...) Mio figlio professore (...)
patetica storia di un bidello la cui unica ambizione è quella di vedere il
figlio diventare professore nella propria scuola." (Lino Lionello
Ghirardini, Storia generale del cinema,
Vol. 2, Ellemme Ed.)