
Il disagio della lettura
Gran Bretagnia, 1966
con: O. Werner, J. Christie, C. Cusack, A. Diffrink,
B. Duffel, A. Bell
regia: Francois Truffaut
durata: 112', col.
In una futura società ci sarà spazio solo per la
civiltà delle immagini e il compito di provvedere alla tranquillità dei cittadini
sarà affidato ai pompieri che, senza pietà, bruceranno (alla temperatura di 451
gradi Fahrenheit) tutti i libri.
Montag, stimatissimo pompiere incendiario in procinto
di promozione, dopo avere incontrato la professoressa Clarissa, scopre il piacere della lettura e,
invece di bruciare i libri che sequestra, tradisce la causa e diventa un
accanito lettore. Denunciato dalla moglie, è costretto a uccidere il suo
superiore e a fuggire come un fuorilegge, braccato dalle forze dell'ordine.
Troverà scampo solo nella foresta, aderendo ad una setta di
"uomini-libro", composta da gente di ogni età che, per permettere la sopravvivenza della
cultura, impara a memoria le grandi opere di ogni tempo e di ogni paese.
Francois Truffaut
(Parigi, 1932 - 1984)
Considerato il "ragazzo terribile" del
cinema francese per i suoi pessimi
rapporti con la scuola e con le istituzioni, insofferente a qualsiasi
disciplina, si può considerare un uomo "salvato dal cinema". Molti
gli aneddoti legati alle monellerie
della sua infanzia: salta la scuola per andare al cinema, ruba qualche franco
per pagarsi il biglietto, fugge da casa e persino dalla prigione militare. In
quest'ultima occasione è Andrè Bazin, un critico cattolico di sinistra, a
toglierlo dai guai, scrivendo di lui e del suo talento e facendolo notare ai
produttori. A 21 anni fa parte dei collaboratori dei "Cahiers du
cinéma" e, da quelle pagine, lancia un atto di accusa al cinema francese
degli anni Cinquanta. Fondamentale resta nella sua formazione l'assiduità
presso i cineclub del Quartiere Latino
e presso la Cinémathèque Francaise, dove conosce ed apprezza il nuovo cinema
americano, considerato dai più di secondaria importanza. Dopo avere girato
alcuni cortometraggi - tra i quali segnaliamo, per il suo valore di
anticipazione dei temi che in seguito Truffaut tratterà, I monelli (1957) -, si innamora della figlia di un produttore e la
sposa. Grazie al suocero realizza nel 1959 il suo primo lungometraggio: I 400 colpi. Il film è premiato a
Cannes e costituisce l'inizio di un rapporto autobiografico per "interposta
persona", giacché il personaggio di Antoine Doinel (interpretato da
Jean-Pierre Léaud) sarà il simbolo della vita e dell'esperienza di una
generazione raccontate in una serie di film.
Ammiratore di Renoir e di Hitchcock, alterna
all'autobiografia il suo amore per il cinema e per un certo tipo di
letteratura. Dichiara: "Mi piacciono le storie normali, ma c'è anche un
elemento di melodramma nei miei film. Solo che, al contrario di voi che dite
"E' comodo", si può dire "E' coraggioso", perché c'è in
giro una paura spaventosa del melodramma."
Il fatto di essere riuscito quasi subito a garantirsi una relativa indipendenza economica
con la sua società di produzione "Les films du carrosse" gli dà la
possibilità di parlare di quello che ama: le donne, i bambini, i libri.
Ricordiamo della sua vasta produzione i film più
significativi: Tirate sul pianista
(1960), Jules e Jim (1961),
l'episodio "Antoine e Colette" di L'amore
a vent'anni (1962), La calda amante
(1964), Fahrenheit 451 (1966), La
sposa in nero (1967), Baci rubati
(1968), La mia droga si chiama Julie
(1969), Il ragazzo selvaggio (1969), Non drammatizziamo... è solo questione di
corna (1970), Effetto notte
(1973), Adele H. Una storia d'amore
(1975), Gli anni in tasca (1976), L'uomo che amava le donne (1977), La camera verde (1978), L'amore fugge (1979), L'ultimo metro (1980), La signora della porta accanto (1981), Finalmente domenica (1982).
Perché mai, in una società dominata dalle immagini, la
presenza dei libri dovrebbe essere fonte di disagio? Perché non tutte le immagini
si equivalgono. Quelle che noi ci costruiamo nella fantasia leggendo un libro
possono anche non coincidere con quelle che altri (i detentori del potere)
vogliono imporci. E' meglio che gli uomini del futuro non pensino con la loro
testa: rendendoli videodipendenti si manipolano più facilmente!
Alcuni giudizi critici
""Gli anni della Fenice", il romanzo di
Ray Bradbury alla base del film, è un lucido apologo su una società
irriducibilmente ostile alla cultura: a Truffaut (...) interessa perché gli permette
di "esprimere l'attaccamento quasi feticistico per il libro in quanto
oggetto" e perché riscopre il lato familiare del fantastico, ritrovando
una dimensione umanistica quasi dimenticata, anche se la forza dell'intreccio e
del messaggio (e il disaccordo con il protagnista) appesantiscono il film e
mettono in secondo piano (cosa insolita per Truffaut) i sentimenti dei suoi
personaggi." (Dizionario dei Film, a cura di Paolo
Mereghetti, Baldini & Castoldi)
"F. Truffaut (...) con Fahrenheit 451 non
darà una delle sue prove più alte, realizzando un improbabile corrispettivo
fantascientifico delle ben più felici introversioni di certi suoi dolenti
personaggi "contemporanei". " (Lino Lionello Ghirardini, Storia generale del cinema, Vol. 3, p.
207, Ellemme Ed.)
"Non un pamphlet o un film a tesi, ma la commossa
previsione di un mondo senza cultura e la descrizione della progressiva ribellione
del protagonista che, proprio attraverso la cultura, intravede la possibilità
di cominciare a essere uomo. Il sapore fantascientifico del racconto non è
dato dagli abituali artifici del genere, ma dalla analisi del comportamento dei
personaggi, creature senza linguaggio e senza vita di una ebete e stereotipata
civiltà delle immagini." (La storia
del cinema, Vol. 4, Vallardi)
"Non ha convinto tutti (...) Fahrenheit 451, dove lo stile classico, mediato dal cinema
americano e in particolare da Hitchcock, serve alla descrizione di un aneddoto
umanistico di portata abbastanza limitata." (Georges Sadoul, Il cinema. I cineasti, Sansoni)