Locandina Dov'è la casa del mio amico?

 

 

Il disagio dei giovani nel mondo degli aldulti

 

 

DOV'E' LA CASA DEL MIO AMICO? 
(Khaneh-ye doust kojast?)

 

 

Iran, 1987

con: B. Ahmadpoor, A. Ahmadpoor, K. Defai

regia: Abbas Kiarostami

durata: 87', col.

 

Ahmad è un bambino che vive in uno sperduto paese dell'Iran e che, come altri bambini dei villaggi vicini al suo, tutte le mattine si reca a scuola. Il suo maestro è un inflessibile docen­te che mantiene la disciplina con eccessiva severità e che non ammette, soprattutto, errori e dimenticanze. Un bambino, su tutti, è terrorizzato perché non fa i compiti e dimentica a casa il quaderno. Un giorno, a lezioni finite, Ahmad si accorge che proprio il quaderno di questo bambino è finito per sbaglio nella sua cartella. Per evitargli l'ingiusta punizione, egli decide, allora, di riportarglielo. Il semplice gesto di cortesia si tramuta, però, in un' affannosa ricerca; Ahmad, infatti, non sa dov'è la casa del suo amico  e la sua corsa al di là delle colli­ne diventa un'autentica peregrinazione in mezzo ad adulti indif­ferenti e ostili. La storia, semplice e poetica, si conclude con un delizioso gesto di generosità e furbizia del piccolo Ahmad.

 

Abbas Kiarostami  (Teheran, 1940)

Interessato fin da bambino al disegno, si iscrive alla Facoltà delle Belle Arti, dove si laurea in pittura. Per avere una certa indipendenza economica lavora come impiegato della polizia stra­dale e come grafico pubblicitario. Nel 1969, assunto nell'Istitu­to per lo sviluppo intellettuale dei bambini e degli adolescenti, organizza il Dipartimento Cinematografico che diventa in poco tempo uno degli studi di produzione più prestigiosi del paese. Il suo primo cortometraggio - Il pane e il vicolo - è del 1970 ed inaugura la produzione del nuovo centro cinematografico iraniano. Considerato cineasta di grande qualità e rivelazione del cinema contemporaneo, ottiene il primo riconoscimento internazionale nel 1989 a Locarno, vincendo il "Pardo di bronzo" con Dov'è la casa del mio amico? Nel 1990, a Riminicinema, Close-up ottiene la "R" d'argento e, nel 1992, E la vita continua (1990) vince a Cannes il Premio Rossellini. Dopo Sotto gli ulivi (1994) presenta a Cannes Il gusto della ciliegia (1997) che viene premiato con la "Palma d'oro".

Altri suoi film: Il vento ci porterà via (1999), Dieci (2002), Five (2004), Tickets (2005),

 

Tra le dichiarazioni di stima pervenutegli dai critici e dagli addetti ai lavori, si segnala quella fatta da Akira Kurosawa: "I film di Kiarostami sono meravigliosi. E' difficile trovare le parole giuste per descriverli. Consiglio semplicemente di andarli a vedere per capire quello che intendo."

 

Di questa delicata vicenda restano, alla fine, due blocchi di domande: il primo blocco è legato alla struttura del film; il secondo blocco al suo messaggio. Le domande del primo sono: quella che il severo maestro ossessivamente ripete all'alunno che ha dimenticato il quaderno a casa; quella che Ahmad rivolge alla mamma quando si accorge di avere involontariamente messo nei guai il compagno di scuola; quella che ancora Ahmad rivolge a tutti nella sua ossessiva ricerca. Più serie le domande del secondo blocco: perché i grandi ignorano in tal modo le esigenze (l'esi­stenza) dei bambini? perché genitori e docenti non sorridono mai? è questa la vita nei villaggi iraniani?

 

 

Alcuni giudizi critici

 

"Dov'è la casa del mio amico? è stato girato nel villaggio di Mazandaran, qualche centinaio di chilometri a nord di Teheran, epicentro del terremoto che qualche tempo dopo ha colpito l'inte­ra regione. (...) E' l'attraversamento di un mondo estraneo e quasi ostile, quello degli adulti, che rappresenta un luogo privilegiato del cinema del regista iraniano, il quale pare lanciare continuamente lo sguardo su coloro che saranno uomini nel futuro." (Enrico Livraghi, L'Unità, 8/2/1996)

 

"Dov'è la casa del mio amico? (Khaneh-ye doust kojast?), infine, utilizza il quaderno come pretesto di amicizia e, passando attra­verso un mondo adulto prosaico e diffidente, sfocia in immagini di autentica poesia." (I. S., Interno aula, CCR)

 

"Raramente ormai i cineasti stupiscono. E Abbas Kiarostami è una di queste rare eccezioni. Pur vivendo e lavorando in un paese, l'Iran, che a molti occhi occidentali appare immerso in un lungo medioevo, ci offre un cinema di rara, preziosissima modernità. Non che i temi dei suoi film - il dolore, il lutto, l'amore, la memoria - non siano antichi, anzi eterni. Ma pochi autori d'oggi - anche nell'occidente dove sopravvivono cinematografie centena­rie  o dove prosperano industrie cinematografiche miliardarie - riescono, come questo magnifico regista persiano, a rappresentare e a mettere nel contempo in discussione la rappresentazione, a inventare continuamente nuovi moduli espressivi e a metterli in gioco criticamente quasi nell'atto stesso di proporli." (Lino Micciché, in occasione del Premio P. P. Pasolini, 1996)

 

"Si potrebbe citare Rossellini per la purezza dello sguardo e il taglio semidocumentaristico; Bresson per la depurazione formale e per la bellezza mai estetizzante delle immagini; ma non si deve cadere nel vizio di ricondurre al noto ciò cui non si è abituati. Kiarostami, tra i più noti cineasti del suo paese, è semplicemen­te un grande maestro: che, con nulla, costruisce una suspense incredibile. Il realismo sfonda verso il fantastico (specie nell'uso del sonoro, con quel vento e quei latrati), e la poesia emerge sorprendendo lo spettatore (come il fiore nel quaderno nell'ultima, splendida immagine), lasciandolo disarmato." (Dizio­nario dei Film, a cura di Paolo Mereghetti, Baldini & Castoldi)

 

"Per Kiarostami, poco importa il fuori campo biografico dei suoi attori perché conta solo che il film proceda bene: quello che gli attori sono è quello che fanno sullo schermo." (C. Tesson, Ca­hiers du Cinema, n.488, feb. 1995)

 

“Si può fare un film di un'ora e mezzo sulla restituzione di un quaderno a un compagno di scuola che per sbaglio un ragazzino del villaggio di Koker ha messo nella propria cartella? (…) A livello realistico, è una parabola sul bisogno di comunicazione, di rapporto con il prossimo, di cambiare un ordine vecchio con un ordine nuovo: “Con ostinazione Ahmad buca il muro di incomprensione profonda che divide il mondo dell'infanzia dal mondo adulto” (Emanuela Imparato). A una lettura di 2° grado, più metaforica, si arriva attraverso la traduzione esatta del titolo (Dov'è la dimora dell'Amico?), verso del poeta iraniano Sohrab Sepehri, citato nei titoli di testa. Ahmad e Nemattzadeh sono compagni di scuola e di banco, non amici. Abitano troppo lontano l'uno dall'altro e non possono giocare insieme, fuori dalla scuola. Ahmad non sa nemmeno dove abita il compagno. Perché quando finalmente lo trova, non entra, torna a casa, fa il suo compito e lo ricopia sul quaderno, ingannando così il maestro? Sa che non può rendere il quaderno tale e quale al suo proprietario? Comprende, a due passi dal fiore della solitudine, che non avrà mai risposta alla domanda: dov'è la dimora dell'Amico? (Che è uno dei nomi del profeta.) Quello di Kiarostami che pur si ferma sulla soglia del simbolico è anche un film mistico: il fascino della semplicità.” ( Il Morandini 2007)