
Biutiful di Alejandro Gonzàles Inàrritu
Completata la trilogia dei film
corali e dei destini incrociati - Amores Perros (2000), 21
Grammi (2003), Babel (2006) –, il regista messicano Alejandro Gonzàles Inàrritu resta fedele al
suo cinema del dolore con Biutiful , premiato a Cannes 2010 (Javier Bardem migliore attore, ex aequo con Elio Gremano) e segnalato con due nomination agli Oscar. Una
storia cupa, a sentire critici e spettatori; un film “molto positivo e pieno di
speranza”, secondo il regista. Ancora una volta, l’eterno dilemma del bicchiere
mezzo vuoto, o mezzo pieno.
Siamo in una Barcellona senza sole che
nasconde l’arte di Gaudì e l’allegria delle Ramblas per
mettere in mostra, con le ciminiere degli inceneritori sinistre come quelle di
Auschwitz, l’ inquinamento atmosferico, il degrado sociale e morale, le crisi
coniugale, la miseria e la povertà. E’
qui che vive Uxbal, padre di due bambini, marito di
una donna affetta da disturbo bipolare, trafficone, intermediario tra
clandestini africani che vendono roba contraffatta e cinesi che si ammassano
come topi in gelidi scantinati, amico di poliziotti corrotti, santone che comunica con i morti e, dulcis in fundo, con i giorni contati a
causa di un cancro alla prostata con metastasi al fegato e alle ossa. Zoomare su
questo labirinto significa sprofondare ancora di più nella melma.
L’appartamento dove Uxbal vive con i suoi bambini è
un porcile; Marambra, la moglie alcolizzata, che non
può fare a meno di saltare da un letto all’altro, cognato compreso, si dimostra
mamma del tutto incapace; i clandestini africani cadono in una retata della
polizia, vengono malmenati e rispediti al loro paese; il formicaio vivente
della fabbrica clandestina si trasforma in una camera a gas e i cadaveri dei
cinesi gettati in mare; la malattia fa il suo inesorabile corso; l’ultimo
defunto con il quale Uxbal entra in contatto è il giovane
padre sparito troppo presto dalla sua vita.
Il riassunto verbale o scritto della
vicenda sacrifica necessariamente altri particolari (vermi, formiche, scarafaggi,
botte, natiche truccate da seni, cadaveri, sangue nell’urina, morti
imbalsamati, omosessualità con delitto, droga, siringhe) e rende ancora più
incomprensibile la dichiarazione di Inàrritu. Eppure,
se un regista come lui dice che Biutiful è un film “molto positivo e pieno di
speranza”, un motivo ci sarà. Cos’ha di positivo questo Uxbal,
attorno al quale è tessuta tutta la trama? E dov’è la speranza in un film che
finisce con un uomo morente e con due bambini che restano soli? Messe da parte
le sofferenze che passano sullo schermo di sequenza in sequenza e il senso di
ripugnanza che, nonostante il fascino di Javier Bardem,
suscita un protagonista poco pulito in tutti i sensi, è giusto riconoscere ad Uxbal
almeno tre meriti. Svolge un lavoro miserabile, ma lo fa per sopravvivere e per
aiutare, anche se a modo suo, altri più miserabili di lui. Quando i Vu cumprà finiscono nella retata della polizia,
potrebbe fuggire e pensare solo a se stesso. Non lo fa. Finisce in carcere
anche lui e, una volta fuori, cerca in tutti i modi di venire incontro a una
donna senegalese rimasta sola con il figlioletto di pochi mesi, portandosela a
casa sua, affidandole i suoi figli e dandole prima di morire tutto il denaro
che ha messo da parte. Secondo merito:
la complicità con il padrone cinese gay non è priva di umanità. Dopo il fallimento
della fabbrica clandestina, Uxbal si industria per
fare assumere alcuni cinesi nell’edilizia e insiste per rendere più
sopportabile la loro condizione. Terzo merito: il suo amore per i figli
innocenti e teneri che vorrebbe sistemare prima di morire. A modo suo, Uxbal è, pertanto, un buon padre. Severo con il piccolo
Matteo che non osserva il galateo a tavola, ma per nulla violento. E se è
disposto a perdonare Marambra che gli confessa
candidamente “Io voglio esserti fedele, ma mi piace divertirmi”, non può fare a
meno di toglierle i figli quando scopre che lei, in un momento d’ira, ha
picchiato Matteo. E di certo non è un caso se il film si chiude con Ana, la giudiziosa bambina di dieci anni, che riceve da lui
il testimone di un anello, unico gioiello di famiglia passato da una
generazione all’altra. E’ questa la vera sequenza di speranza che Inàrritu lascia agli
spettatori. L’altra, quella della beneficiata donna di colore che intasca i
soldi ed è sul punto di lasciare Barcellona (partirà? tornerà indietro? si
occuperà lei dei due bambini senza genitori?) resterà aperta
all’interpretazione degli spettatori. Per dare ragione sia a chi lascia la sala
con il magone, sia a chi vuole uscire dall’apnea e ritemprarsi i polmoni con
una boccata d’ossigeno.
Biutiful
Regia:
Alejandro Gonzàles Inàrritu
Con: Javier Bardem,
Blanca Portillo, Rubén Ochandiano, Félix Cubero, Martina Garcia, Manolo Solo
Messico,
Spagna, 2010
Durata:
138′