The
Tree of Life
Film, o
saggio?
"Dov'eri tu quando io gettavo le
fondamenta della terra? Mentre gioivano in coro le stelle del mattino e
plaudivano tutti i figli di Dio?" Non vi perdete questa iniziale citazione
biblica (Giobbe 38,4) se volete almeno una delle tante chiavi di
interpretazione del discusso film di Terrence Malick, The Tree of Life, Palma d’oro a Cannes 2011. Non ve la perdete, per
avere un’idea di quello che vedrete. Applaudire o fischiare, gustare o
disprezzare, amare o no, dipende da altro: e precisamente dalle personali convinzioni
su che cos’è un film. Sensazioni, emozioni, poesia, colore, luci, musica,
filosofia, religione? Andate pure a sedervi in sala. Una bella storia,
intrecci, colpi di scena, finale imprevedibile? Restatevene a casa. Doverosa
premessa per parlare della quinta fatica di questo schivo regista di
settant’anni che inserisce una normale microstoria familiare nella macrostoria dell’universo,
consegnando agli spettatori, in linea con il lamento di Giobbe, più domande che
risposte. Film filosofico e religioso, pertanto, sussurrato con la voce dei
protagonisti e urlato con la potenza delle immagini. Se Malick – dopo La rabbia giovane (1973), I
giorni del cielo (1978), La sottile linea rossa (1998) e Il nuovo mondo
(2005) - ha voluto trasferire sullo schermo i suoi interrogativi mistici sul
silenzio di Dio, sulla creazione e sulla fine del mondo, sul contrasto tra
natura e fede, sul senso della vita e della morte, inchiniamoci alla sua arte.
Se, invece, ha voluto raccontare una storia nella storia, non possiamo fare a
meno di avanzare qualche perplessità.
La ministoria, dunque. Siamo in Texas,
negli anni Cinquanta. E’ qui che nasce e cresce Jack, immerso nella natura e
nella vita tranquilla della provincia, ma sballottato tra le carezze amorevoli
della madre e i severi insegnamenti del padre. La famiglia si amplia con
l’arrivo di altri due fratellini e Jack comincia a contestare il padre, ex
militare e convinto assertore dell’etica borghese del guadagno. Relax e
tensione scandiscono i rapporti interpersonali, momenti di crisi in famiglia e
sul posto di lavoro, baci e schiaffi, grattacieli che prendono il posto degli
alberi, erbacce da estirpare nel giardino di casa, giochi dei bambini e stagioni
che si susseguono: tutto normale. Il big
bang arriva all’improvviso, quando muore (come?) uno (chi?) dei fratelli.
E’ allora che la madre, il padre e il maturo Jack entreranno in crisi. Come tutti
gli esseri umani, si porranno delle domande senza altre risposte al di fuori di
quelle dettate dalla fede. Ritorna il lamento di Giobbe: “Ero sereno e Dio mi
ha stritolato, mi ha afferrato la nuca e mi ha sfondato il cranio, ha fatto di
me il suo bersaglio." Ritornano anche gli eterni interrogativi: esiste l’aldilà?
anche il male e la morte rientrano in un disegno divino? Jack adolescente riesce
a strappare un abbraccio affettuoso al padre; Jack architetto si orienta
all’interno di grattacieli di cristallo; Jack uomo si perde in immagini
oniriche e nel caos della storia. Probabilmente, Terrence Malick non ha voluto
fare un film, ma un saggio sofferto e zeppo di suggestioni non sempre
decifrabili. E, allora, è comprensibile il discordante effetto che The Tree of Life ottiene sugli spettatori. Come Jack, anche noi personalizziamo
micro e macrostorie; come Jack, percorriamo bivi a catena. Godere del volo
degli uccelli, della vita dei pesci, delle foreste, della potenza dei vulcani e
delle onde marine, dei Canyon d’America e dei giardini di Bomarzo, oppure diventare
tristi per la natura che nasce e muore sotto i nostri occhi e inorridire di
fronte alla violenza gratuita di un dinosauro? La domanda chiave – non nuova, in
verità, nella storia del cinema (si pensi, se non altro, a 2001: Odissea nello spazio di Kubrick e a Hereafter di Eastwood) - è soprattutto questa: che incidenza hanno un
solo uomo e una sola famiglia nella storia dell’umanità? Non conosco le
riflessioni degli altri. Posso parlare
solo in prima persona e confessare che 139 minuti di immagini e suoni hanno
avuto la potenza di rispolverare in me un pensiero espresso da R.
Carrington nella Guide to Earth History
che da tempo avevo accantonato perché, francamente, non m’era per nulla dolce
naufragare in quel mare! Lo riporto in sintesi. Diceva, sostanzialmente, che, se
riuscissimo a contrarre il tempo dell'esistenza del nostro pianeta in un anno,
l'uomo si presenterebbe sulla scena del mondo alle 23,45 circa del 31 dicembre
e il tempo della storia scritta sarebbe limitato agli ultimi 60 secondi
dell'anno. E’ giocoforza, allora, aggrapparsi alle consolatorie sequenze finali.
L’albero della vita, per Jack, per Malick
e per tutti noi, pur avendo le radici nel caos, protende i suoi rami nell’aldilà, come un ponte che ci proietta
oltre il tempo, nel paese degli incontri con i nostri cari e della riconciliazione
degli spiriti.
The Tree of Life
Regia:
Terrence Malick
Con: Brad Pitt, Sean Penn, Jessica
Chastain, Fiona Shaw, Joanna Going, Hunter McCracken
USA,
2011
Durata:
139′, col.