La ballata dei lavavetri 

Italia,   1998

Regia:   Peter Del Monte

Con:      K. Rossi  Stuart, A. Buzek, O. Mincer

Durata:  94’, col.

 

Un pullman di polacchi, verso la fine degli anni Ottanta, è a Roma in pellegrinaggio. Al momento della partenza alcuni di essi si rifiutano di tornare in patria. Una famiglia proveniente da Radom (il copofamiglia Janusz, , suo fratello Zygmut alcolizzato, la moglie Helena e i figli Justina e Rafal) trova ospitalità presso un parente con la speranza di riuscire a mettere da parte i soldi necessari per  trasferirsi in Canada. Gli uomini cominciano a lavare i vetri delle macchine in sosta ai semafori, le donne si adattano a fare pulizie nelle case. Ma non tutto fila liscio come nelle loro previsioni: Janusz muore, suo fratello da ubriaco vede papa Wojtyla parlargli familiarmente (“Conosco il nome di tutti i polacchi…”), Justina accetta ingenuamente un passaggio in macchina e resta vittima di due giovani senza coscienza, Rafal   – nonostante la generosità di una giovane donna – cede alla tentazione del guadagno facile,  si avventura in loschi affari e si macchia di un delitto.  

Peter Del Monte

(San Francisco, 1943)

Laureato in lettere con una tesi sul cinema italiano, nel 1969 si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, realiz­zando Fuori Campo. Dopo un lungo periodo dedicato alla critica cinematografica, dirige due film per la RAI:  Le parole a venire e Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Regista raffinato, profonda­mente legato alla cultura classica europea, predilige ambientare le sue storie in piccoli spazi e con un limitato numero di perso­naggi. Si dimostra regista abile a svelare la psicologia dei protagonisti con piccoli e dosati particolari e dopo averli "seguiti" nella loro quotidianità.

Non riuscendo ad ottenere sovvenzioni finanziarie, si trasferisce in Francia e solo dopo il successo di Piso Pisello (1981) convin­ce una certa parte della critica. 

Altri suoi film da ricordare: Irene, Irene (1975), L'altra donna (1980), Invito al viaggio  (1982), Piccoli fuochi (1985) Giulia e Giulia (1987), Etoile (1988), Tracce di vita amorosa (1990), Compagna di viaggio (1996), Controvento (2000), Nelle tue mani (2007).

 Rispetto alla sua precedente produzione questo film costituisce per Peter Del Monte una mezza battuta d'arresto. Dal regista di Compagna di viaggio, infatti, era lecito aspettarsi qualcosa di più. Il soggetto, liberamente tratto dal romanzo Il polacco lavatore di vetri,  si prestava ad altri sviluppi e sono francamente poco convincenti le dichiarazione del regista: “I temi sociali non mi hanno mai interessato, ma filmare gli occhi di Agata Buzek è stata per me una rara occasione di piacere” (dal press book del film);  “I polacchi furono i primi negli anni ’80 ad arrivare. Si parlava ancora di immigrazione clandestina, prima della caduto del muro di Berlino. Ma il mio interesse non è di tipo sociologico, sono stato preso dall’identificazione sui sentimenti di esilio. Identificarmi con chi è straniero, o semplicemente si sente tale. Non fa parte della mia capacità di analisi affrontare problematiche e attualità: uso altri strumenti, cercando di raccontare altre verità.” (Peter Del  Monte, in un’intervista a Giulio Fossà,  riportata in Film, anno 6, n.39). 

La scelta di un tema così delicato - come quello della condizione in cui versano gli stranieri in Italia (e non solo) – impone comunque riflessioni serie; risolvere tutto con sogni, metafore, visioni e fiabe significa cercare soluzioni evasive e rischiare (come accade) di provocare negli spettatori più sorrisi che considerazioni, di gratificarli più con il volto di Km Rossi  Stuart e gli occhi di Agata Buzek, che con una storia interessante. 

Così la critica: 

“Sguardo sulla storia e sguardo sul presente, aperto anche agli scenari futuri. Sono temi su cui il recente cinema italiano pare voler giocare la sua partita, ma sono anche questioni su cui i cineasti stentano a formulare risposte e a fornire indizi di rinnovamento formale. Anzi, quando rischiano sul terreno della forma, presumono di fare poesia, si avventurano sul pericoloso discrimine dell’arte e finiscono con lo scivolare nella banalità, come nel caso della Ballata del lavavetri  (Vito Zagarrio, Cinema italiano anni novanta, Ed. Marsilio) 

“…un film (…) che non funziona: vorrebbe denunciare l’inumana condizione dei lavavetri polacchi e a noi ci viene da ridere. Interessante anche la battuta di una bambina che sta sempre a letto e non mangia più: “Anche a me piacciono i ragazzi, però mi innamoro soltanto di quelli morti”. Un film che vive soltanto per il tempo di una visione e che, volendo essere drammatico, sopravvive invece come raccolta di barzellette.” (B.F. in Film, anno 6, n.39) 

“Favola quasi realista (…) per fotografare disillusioni ed apparente solidarietà nei confronti degli esclusi e "quasi adatti"; un apologo a tratti irritante tra realtà e sogno che non si amalgamano perfettamente, mantenendo un retrogusto agrodolce. (…) . E’ un’Italia autunnale e cattiva, popolata da imprenditori-truffatori di cavalli e maiali che non conosce le regole fondamentali del rispetto personale ed agisce da carnefice nelle storie di solitudine. La ballata del lavavetri è un racconto riuscito a metà, privo delle piccole e sottili magie di Invito al viaggio e Compagna di viaggio, ambizioso, ma stridente tra i dolori dei crimini e l’astrattismo esistenziale della finzione.” (D. Barone, www. Cinema.it/venezia98/film/eventi.htm) 

“Un film visionario, ma meno di altri di Del Monte, dove viene messa in luce la speranza e la tristezza di coloro che fuggono dalla miseria dell’Est per cercare una nuova vita in paesi di benessere. Un tema già affrontato da un altro regista, Carlo Mazzacurati, in Vesna va veloce , anche lì con un finale drammatico. Qui lo sbando della famiglia polacca mostra anche una certa rassegnazione e un fatalismo che spiega anche che, quando non c’è molto in cui credere, la vita la si vive alla giornata, cogliendo ciò che si può.”

(A. Curcione  http/www. Doge.it/mostra/55/ballata/htm) 

“Chiunque si aspetti da questo film, liberamente tratto dallo stesso regista da un romanzo di Edoardo Albinati ("Il polacco lavatore di vetri"), un discorso sociologico o un dibattito sul "problema" degli extracomunitari in Italia andrà sicuramente incontro alla delusione, perché Del Monte non si preoccupa né dell'uno né dell'altro preferendo, come chiaramente esprime il titolo del film, raccontare in forma di ballata i sentimenti di chi è costretto da necessità a recidere le proprie radici per cercare altrove una speranza per il futuro.” (M. Stella Taccone http:/flck.com/reVision/ar 98 99. htm)