
Le associazioni di idee sono meno strane di quanto si
possa credere. Nascono sempre da quello che si è letto, visto, pensato. Non
sembri fuori luogo, allora, se “Due giorni, una notte” richiama l’Odissea e “La
parola ai giurati”. Mondi lontani fino a un certo punto, fino a quando, cioè,
non si scopre che la storia raccontata dai fratelli Dardenne, pur essendo
ambientata ai nostri giorni, è intrisa di classicità e rimanda ad un altro film.
Omero non narra solo le vicende di un eroe greco che fa ritorno in patria, ma
anche gli ostacoli che tutti gli uomini devono superare per riconquistare la
serenità. E se Sidney Lumet aveva trasformato in impresa titanica lo sforzo di
un giurato per convincere gli altri undici
a cambiare parere e a non condannare alla sedia elettrica un ragazzo ingiustamente
accusato di avere ucciso il padre, i Dardenne trovano in una fragile trentenne
la naufraga che va alla ricerca di sostegno per ribaltare un giudizio già
espresso. E così Sandra (una brava e commovente Marion Cotillard), lavoratrice
in una piccola azienda che realizza pannelli solari, finisce con il richiamare
alla mente mito e cronaca, Ulisse e il
Giurato numero 8, l’eroe di un poema e il protagonista di un film del 1957. La
sua Itaca è il posto di lavoro che le è stato tolto perché, dopo un periodo di
depressione, non rende più come una volta. Da qui le accuse infondate e lo squallido
aut-aut mascherato da scelta democratica che la direzione pone agli altri
lavoratori: condividere il licenziamento di Sandra e ottenere in busta paga un
bonus di 1000 euro ciascuno, oppure opporsi e tenere ancora in azienda quell’anello
debole che ostacola la catena di produzione. E’ venerdì. La maggioranza, per
interessi personali o per paura, vota a favore del bonus e Sandra si ritrova
sull’orlo della disperazione. Il lavoro modesto del marito non è sufficiente a
mandare avanti la baracca e a mantenere due figli ancora piccoli. Una tenue
speranza le arriva quando, grazie all’interessamento di un’amica, ottiene dal
datore di lavoro la promessa di far ripetere dopo il week end la votazione a
scrutinio segreto. Per convincere i colleghi a rinunciare a quella somma sulla
quale molti avevano già fatto affidamento, Sandra ha solo due giorni e una
notte. Si procura gli indirizzi e, con l’incoraggiamento del marito, inizia il
suo pellegrinaggio. Non implora, non chiede elemosina, piange di nascosto e in
silenzio. E’ ben cosciente di combattere una guerra tra poveri e cerca solo
solidarietà e comprensione. I Dardenne (e gli spettatori con loro) seguono la
sua odissea con un misto di pietà e di curiosità. La macchina da presa la
tallona sui mezzi pubblici, per le strade, nelle piazze, davanti ai citofoni,
mentre risponde al cellulare; la inquadra spesso di spalle e in primo piano, registra
le sue parole scarne, i suoi silenzi, i suoi gesti. La tragedia è sfiorata. Non
si arriva al finale felice, ma nemmeno alla catastrofe. Esistono altre strade
da poter percorrere e in due giorni e una notte Sandra acquista quello che più
conta: la fiducia in se stessa.
Non è cinema di distensione, ma di denuncia; è il
cinema dei fratelli Dardenne, che si colloca nel filone inaugurato con il
lavoro clandestino de La promesse (1996)
e proseguito con lo splendido Rosetta (1999) che divenne simbolo per i disoccupati del
Belgio e slogan nelle manifestazioni contro il lavoro precario. Una sola
sequenza che si ripete più volte, senza mai stancare, con un’altalena di
speranze e delusioni, condividendo o criticando le reazioni dei singoli (paura
degli altri, egoismo, insicurezza, vergogna, solidarietà, avversione, rabbia), con porte che si aprono e si chiudono, con la
rara esplosione di gioia di una canzone cantata a squarciagola all’interno di
un’auto. L’idea – a sentire Jean-Pierre Dardenne – è nata da una notizia di
cronaca apparsa una decina di anni fa. Raccontava di una persona licenziata con
il consenso dei colleghi da una squadra di lavoro della Peugeot perché la sua
debolezza e le sue assenze non permettevano al gruppo di vincere i premi di
produzione che invece venivano ottenuti dalle altre squadre. In seguito i due
registi belgi hanno scoperto che non si trattava di un caso isolato e che altri
lavoratori venivano licenziati da un giorno all’altro.
In concorso a Cannes 2014, questo film arriva in
Italia proprio mentre si discute se modificare e/o abolire l’articolo 18 dello
Statuto dei lavoratori. Ancora una volta, né mito, né film. Nuda e cruda realtà
dei giorni nostri. Non caso isolato, ma materiale a iosa per ribadire quello
che, nel 1963, Angelo Solmi aveva detto e cioè che spesso il cinema è “specchio
del tempo”. Riflettere (nel senso di pensarci
su e nel senso di guardare come siamo)
non può che farci bene.
Due
giorni, una notte (tit. or. Deux jours, une nuit)
Regia: Jean-Pierre
e Luc Dardenne
Con: M. Cotillard,
F. Rongione, P. Groyne, S. Caudry, C. Salée, B. Sornin, A. Eloy, M. Akeddiou, O.
Gourmet, C. Cornil, F. Sciascia
Belgio, Italia, Francia,
2014
Durata: 95’, col.