Locandina Anni felici 

Anni felici

Quali? 

Gli anni felici hanno date storiche individuali e personalizzate e, in genere, coincidono con quelli dell’infanzia e dell’adolescenza. Per Luchetti gravitano intorno al 1974, quando in Italia si discute di divorzio e da diverse parti arrivano ventate di femminismo, di amore libero, di arte d’avanguardia. Quello è anche l’anno in cui un ragazzino di 10 anni, che si chiama Dario, riceve dalla nonna il regalo che ha sempre desiderato: la sua prima cinepresa. Ed è questo ragazzino che ci invita a inquadrare quella che in un primo momento Luchetti aveva chiamato “Storia mitica della mia famiglia”. Inquadrare non è un verbo usato casualmente. Chiarisce, qui, il punto di vista dell’Io narrante al quale presta la sua voce fuori campo lo stesso regista. Tutto quello che vediamo, quindi, lo vediamo attraverso gli occhi di Dario-Luchetti bambino, riflessivo e perspicace, che sente già la vocazione di servirsi di una Super8 per registrare gesti, parole, volti, situazioni. Al centro del suo obiettivo c’è, com’è giusto che sia, il mondo che lo circonda: i suoi genitori, il fratellino Paolo di 5 anni, i parenti, gli amici conosciuti in vacanza. L’occhio freddo della cinepresa se, da una parte, gli serve per mantenere le distanze dagli adulti, dall’altra, lo aiuta a conservare i ricordi. Zoomate sul padre (Guido - Kim Rossi Stuart) immerso nei movimenti artistici del tempo, sulla madre (Serena - Micaela Ramazzotti) che non ama l’arte ma l’artista, sui pranzi all’aperto con nonni e zie, sulle adunate femministe nelle splendide spiagge della Camargue. E, dentro quelle sequenze da dilettante, all’insegna del ci amiamo ma è meglio se stiamo lontani e con la canzone Amore che vieni, amore che vai a fare da colonna sonora, relazioni impastati di scontri e incontri, trasgressioni e tradimenti, amori e gelosie, allontanamenti e riavvicinamenti, all’interno dei quali entrano inevitabilmente anche i bambini. Finale amarognolo: Dario, dopo avere assistito in silenzio a quel groviglio di strani rapporti dei suoi genitori, sbotta e compie un gesto di ribellione e di accusa che rischia di tramutarsi in tragedia; Serena va via di casa; Guido, stroncato da un critico obiettivo, abbandona ogni velleità e si dedica alla creazione dell’Assenza, un’enorme scultura di donna sdraiata. Questa geniale trovata di artista – scultore, o regista che sia - autorizza a leggere l’intera vicenda in modo meno superficiale. Siamo sicuri che Luchetti ha raccontato solo episodi legati alla sua infanzia e alla sua famiglia? E se, dietro l’autobiografismo, si celasse anche la nostalgia di un periodo carico di tensioni, ma anche foriero di grandi conquiste? La gigantesca opera di Guido rimane creta bagnata dall’acqua per non seccare; come dire, un’opera in fieri.  L’accostamento ai Prigioni di Michelangelo è spontaneo: se lì ci si aspetta che, prima o poi, gli schiavi si liberino dalla pietra grezza, qui non ci si stupirebbe se la donna, invece di diventare definitivamente statua, uscisse inaspettatamente dal letargo e si alzasse. Ed è spontaneo anche l’accostamento a Ionesco e al suo Amedeo, (o come sbarazzarsene). Vale la pena ricordarne la trama: Amedeo si ritrova un cadavere in casa. Nonostante le continue promesse che fa alla moglie, non riesce a sbarazzarsene subito e quel cadavere diventa, di giorno in giorno, sempre più voluminoso e invadente fino a quando sarà Amedeo a dover lasciare la casa. Siamo nel teatro dell’assurdo, è vero. Ma è bene ricordare che gli anni Settanta che fanno da sfondo alla vicenda narrata da Luchetti erano anni di piombo durante i quali si registrarono stragi (Piazza della Loggia a Brescia, l’Italicus alla stazione di Bologna), delitti (Pasolini, Moro e la scorta), attentati, scontri. Scorrendo l’elenco delle persone ferite, gambizzate, sequestrate e uccise (giornalisti, dirigenti, docenti universitari, politici, agenti di polizia, avvocati, militanti di destra e di sinistra) si ha la sensazione che tutti noi avevamo in casa un cadavere smisurato che faticavamo ad estromettere. Tra i cinquantenni/sessantenni di oggi, alzi la mano chi non ha pensato almeno una volta all’assurdità di quegli anni felici.

Anni felici

Regia: Daniele Luchetti

Con: Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gedeck, Samuel Garofalo, Niccolò Calvagna

Italia, Francia  2013

Durata: 100’, col.