I primi
grandi finanzieri americani che avevano investito i loro capitali nel cinema
consideravano i film soprattutto come merce, valida solo per quello che poteva
rendere economicamente. I problemi artistici e di contenuto, che entusiasmavano
ed assillavano i registi, erano per loro di secondaria importanza. Per questo,
quando si trovarono di fronte a clamorosi insuccessi commerciali, non esitarono
a riorganizzare i vari ruoli, trasformando le competenze dei singoli in
collaborazioni e riconducendo alle loro dirette dipendenze tutti gli operatori,
inclusi il regista e gli attori. Fu così che il cinema divenne uno dei tanti
oggetti di consumo, immesso nel mercato per attirare le grandi masse e per
moltiplicare il capitale investito.
Apparve
subito evidente che, per raggiungere meglio questi obiettivi, bisognava creare
storie popolari e di grande fascino, fare leva sulla propaganda e sfruttare
l'immagine di quei personaggi e di quegli attori nei quali il pubblico più
facilmente si immedesimava. L'introduzione di questo sistema, che faceva leva
più sui divi che sugli autori (lo "Star System"), decretò il successo
di film spettacolari e leggeri (come quelli diretti da Cecil B. De Mille e da
Ernst Lubitsch) e il contemporaneo inglorioso declino di alcuni grandi registi
(come David W. Griffith, Thomas Ince e Mack Sennett).
Ci furono,
tuttavia, degli autori che seppero sapientemente unire le esigenze commerciali
della produzione a quelle artistiche della regia. Pur avendo iniziato la loro
attività alla scuola dei vecchi registi americani, molti di essi appresero ben
presto le lezioni dei "cineasti d'importazione", sbarcati ad
Hollywood come emigranti, o direttamente chiamati dai produttori.
Appartengono
a questo gruppo: gli austriaci Erich von Stroheim (autore di Femmine folli
del 1922 e di Rapacità del 1923) e Joseph von Sternberg (che realizzerà
nel 1930 il celebre L'angelo azzurro), lo svedese Victor Sjostrom (che,
pur restando lontano dai due capolavori precedentemente realizzati in patria - I
proscritti del 1917 e Il carretto fantasma del 1919 - entusiasmerà
gli americani con La lettera scarlatta del 1926), il tedesco Friedrich
W. Murnau (autore di Nostro pane quotidiano nel 1929), il francese
Jacques Feyder (del quale, non fosse altro che per la magistrale
interpretazione di Greta Garbo, va ricordato Il bacio del 1929), gli
americani King Vidor (che si impose con La grande parata del 1925 e con La
folla del 1928) e Robert J. Flaherty (che ebbe il merito di fare apprezzare
alla gente un nuovo genere filmico, il documentario, con Nanuk, l'esquimese del 1919 e con Tabu
del 1929-31).
(von Sternberg: L'angelo azzurro), (Flaherty: Nanuk, l'esquimese)
Nell'America
dello "Star System", riuscirono ad imporsi anche attori e registi
appartenenti alla scuola comica. I loro nomi?
Buster
Keaton, che sarà noto in Europa come “Saltarello” e che creò la singolare
figura di comico che non ride mai e resta impassibile anche di fronte a
situazioni assurde, come quando, ne Il Navigatore (1924), si trova ad
essere unico passeggero in un immenso transatlantico. Harold Lloyd, che scelse l'ironia sottile, incarnando
l'americano elegante e borghese, con il volto da commesso viaggiatore e gli
occhiali di tartaruga, che indossa un abito da sera così malcucito da
perderselo pezzo dopo pezzo. Larry Semon - il famoso “Ridolini” -, che vestì i
panni di un divertente clown sempre in mezzo ai guai. E, infine, Charles
Chaplin, sulla vita e sull'opera del quale è arrivato il momento di aprire una
parentesi.

Buster Keaton Harold Lloyd Larry Semon
Charles Spencer Chaplin nacque a Londra nel
1889. Figlio di un guitto del varietà
alcoolizzato e di una cantante ebrea malata di nervi, ebbe un'infanzia
infelice. Abbandonato a se stesso, conobbe, insieme al fratellastro Sidney, la
miseria più nera e si ridusse a chiedere l'elemosina e a dormire per strada nel
quartiere di Kennington Road. Dopo un periodo passato nell'orfanotrofio della
mendicità, riuscì a guadagnare qualcosa facendo piccoli lavori saltuari e
inserendosi nel mondo del musical di periferia in qualità di acrobata, mimo e
illusionista.
Nel 1907,
grazie all'interessamento di suo fratello Sidney, venne assunto dalla compagnia
di Fred Karno e la sua vita cambiò radicalmente. Con la “troupe” di Karno,
Chaplin girò l'Inghilterra tra il 1908 e il 1909 e imparò l'arte del fantasista
con tutti i trucchi della pantomima, le astuzie, le battute, i giochi di
prestigio e le trovate dell'attore comico. E fu Karno a portarlo a Parigi e
negli Stati Uniti. Qui ottenne i suoi primi successi personali, facendosi
notare da Mack Sennett, il quale prima lo scritturò per una serie di brevi comiche da girare per
conto della casa di produzione "Keystone" e poi gli fece interpretare
il personaggio di Chas, un giovanotto perdigiorno, inconcludente e donnaiolo.
Era la fine
del 1913. In quel periodo, il modello ideale di Chaplin era Max Linder, ma le
comiche che Hollywood imponeva dovevano avere la caratteristica di sfociare in
risse, durante le quali i personaggi finivano inevitabilmente col lanciarsi le
"torte in faccia". A questo schema, almeno per un po' di tempo, egli
dovette adeguare anche il personaggio che interpretava. Poi, gradatamente,
trasformò la macchietta di Chas
nella maschera di Charlie, un vagabondo
e un reietto, sempre in lotta per la sopravvivenza. Una volta divenuto
protagonista assoluto dei suoi film, Charlie divenne Charlot e fece scoppiare
di risate il pubblico, che non tardò a
identificarsi nell'omino che con le sue peripezie ridicolizzava l'ordine
costituito, i benpensanti meschini, i poliziotti ottusi, i borghesi avidi. Dopo
una seconda serie di film con la "Essenay", Chaplin, ormai divenuto
famoso, passò alla "Mutual" e provvide a rendere stabile il suo staff
e a realizzare una serie di film in cui la polemica sociale assumeva toni
sempre più eversivi e radicali.

Stipulato un
contratto da un milione di dollari con la "First National", riuscì a
costruirsi un teatro di posa personale a Los Angeles. Poi - con Griffith, Mary
Pickford e Douglas Fairbanks - fondò la
"United Artists".
Meno felice la sua vita privata, compromessa da scandali, matrimoni falliti e divorzi. Dopo Mildred Harris (un'attrice di appena 15 anni) e Lita Grey (che lo accusò di ogni sorta di calunnie), sposò Paulette Goddard, ma anche questo matrimonio naufragò nel 1942. Un trionfale viaggio in Europa e il matrimonio con Oona O'Neill, figlia di Eugene, il celebre drammaturgo, gli fece ritrovare la voglia di lavorare con più lena. Rifiutata in un primo momento l'invenzione del sonoro (la parola - disse - "guasta l'arte più antica del mondo, la pantomima, e annienta la grande bellezza del silenzio"), si adattò, in seguito, alle esigenze del mercato e offrì ulteriori prove della sua bravura.
Nel 1953, a
causa della persecuzione maccartista scatenatasi negli Stati Uniti contro i
simpatizzanti del comunismo, ritornò in Europa, stabilendosi prima in Gran
Bretagna e poi in Svizzera, nella villa di Vevey, sul lago Lemano, dove si
ritirò definitivamente con la moglie Oona e con i suoi otto figli.
Le ultime sue
fatiche furono la pubblicazione, negli anni '60, della sua autobiografia e la realizzazione di
un vecchio progetto cinematografico: La contessa di Hong Kong (1967).
Quest'ultimo film non fu apprezzato né dalla critica, né dal pubblico e Chaplin
si limitò, in seguito, a fare solo delle rapide apparizioni a manifestazioni
organizzate in suo onore.
Nel 1972,
nonostante avesse ripetutamente giurato di non mettere più piede negli USA,
andò a ritirare l'Oscar assegnatogli con la seguente motivazione: "Per
l'incalcolabile contributo dato alla trasformazione del cinema nell'arte del
nostro secolo."
Nel 1975,
venne nominato "baronetto" dalla regina d'Inghilterra.
Morì a
Corsier-sur-Vevey nel 1977. Nel piccolo cimitero del paesino dove venne
sepolto, un giorno, la sua tomba fu trovata vuota; solo qualche tempo dopo si
riuscì a scoprire che la bara era stata trafugata da ignoti che contavano di
ottenere dalle autorità un consistente riscatto.



(Chaplin: Il monello, Tempi moderni, Il grande dittatore)
In realtà,
dietro questo totale rovesciamento di
giudizio, c'era un disegno politico ben preciso, giacché il nuovo governo chiedeva ai cineasti di raggiungere una serie
di obiettivi: propagandare il socialismo, elevare la cultura delle masse,
inquadrare gli avvenimenti storici sotto una particolare visione,
divulgare le nuove idee, divertire il
popolo, sfruttare il tempo libero del proletariato come momento di crescita
politica collettiva. I risultati furono la logica conseguenza di queste
direttive. Dopo un primo periodo di sperimentazione e di adesione spontanea
al "cinema di regime", alcuni autori adeguarono le loro idee alle
direttive ufficiali, altri cercarono di opporsi e furono ostacolati ed
emarginati, altri ancora emigrarono all'estero. Nella storia del cinema,
tuttavia, i registi sovietici acquistarono una certa importanza e molte loro
intuizioni divennero, in seguito, autentiche "lezioni" di regia.
Tra gli
sperimentatori vanno ricordati: Lev Kulesov, Grigorij Kozincev e Leonid
Trauberg, particolarmente affascinati dal cinema americano. Dziga Vertov,
invece, si distinse nell'ambito del documentario, sostenendo l'importanza del
"cinema verità", diretto a mostrare la realtà così com'è; un cinema
che si ottiene sostituendo la macchina da presa all'occhio
-"Kino-Glaz" o "Cine-Occhio" -, senza l'imbroglio dei
trucchi, senza gli attori professionisti e senza la sceneggiatura preparata a tavolino.
Dovzenko
celebrò la lotta del popolo ucraino contro l'occupazione tedesca in Arsenale
(1929) e l'amore dei contadini per la natura ne La terra (1930).
Pudovkin - sostenitore del montaggio creativo che va preparato prima ancora di girare le scene e servendosi di una "sceneggiatura di ferro", curata nei minimi particolari - affrontò il tema della coscienza sociale dell'individuo in tre film (una trilogia) che testimoniano come egli abbia dato al mestiere di regista la stessa importanza che si può dare ad un educatore delle masse: La madre (1926), La fine di San Pietroburgo (1927) e Tempesta sull'Asia (1928).


(Eisenstein: La corazzata Potemkin)