
Mary Pickford e
Rodolfo Valentino
All'interno
di questa cinematografia, merita una citazione particolare Carl Theodor Dreyer,
uno dei grandi maestri della storia del cinema, che operò in ben cinque diversi
paesi e che divenne un punto di riferimento per molti altri registi, soprattutto
per l'importanza da lui attribuita alle inquadrature e ai "primi
piani" (La passione di Giovanna
d'Arco del 1928), per l'uso
intelligente del sonoro (Vampyr del 1931) e per il ritmo lento e magico della sua
narrazione (Ordet del 1955).

Nello stesso
periodo in cui i fratelli Lumiére
portavano avanti i loro esperimenti sul cinema, anche in Germania
venivano proiettate, tramite un primitivo apparecchio "Bioskop",
alcune scene riprese con la macchina da presa "Kulberkasten". Il
cinema tedesco, tuttavia, decollò solo durante la prima guerra mondiale, quando
il governo, per contrastare la propaganda americana e per immortalare anche con
le immagini la vittoria della Germania che sembrava imminente, assorbì le
piccole case produttrici indipendenti e creò l'U.F.A. (Universum Film
Aktiengesellschaft), una società di produzione e distribuzione direttamente
controllata dalle autorità.
I film tedeschi di maggiore successo imitarono il genere drammatico e storico-spettacolare italiano e i nomi più rappresentativi di quella cinematografia furono quelli del regista Ernst Lubitsch e dell'attrice Pola Negri.
Subito dopo la fine della prima guerra mondiale,
tuttavia, si affermò una nuova corrente
che diede al cinema tedesco risonanza anche all'estero: l'espressionismo.
Il primo
significativo tentativo di cinema espressionista fu operato da Robert Wiene,
il quale, nel 1919, realizzò Il gabinetto del dottor Caligari, un film
di "ricerca" che si differenziava in modo netto dai prodotti
spettacolari di Hollywood. I temi trattati dagli espressionisti - la
solitudine, la pazzia, la ribellione, la disperazione, la morte, ecc. -
apparvero subito inconsueti e rivoluzionari. Nella convinzione che il mondo
esterno vive solo dentro di noi e che, pertanto, esso deve essere visto non con
gli occhi del corpo ma con quelli dello spirito, i registi espressionisti
portarono sullo schermo storie spesso fuori dalla logica, avvolte in atmosfere
da incubo, con scenografie dirette a creare una voluta deformazione della
realtà. Le vie cittadine strette e tortuose, i fanali contorti, le case piegate
servivano a indirizzare lo spettatore verso un mondo fantastico, pieno di
ombre, dove il sogno e la realtà si fondono e si confondono.

(Wiene: Il gabinetto del dottor Calidari)
A questa
esperienza si ricollegò anche quella del Film-Kammerspiel (o
"film-teatro da camera"), la cui azione si sviluppava tra pochi
personaggi e in ambienti ristretti, adatti a sottolineare un film intimo e
psicologico.
Pur avendo in
seguito influenzato la cinematografia di altri paesi (anche per il fatto che
molti registi tedeschi emigrarono in Francia, in Inghilterra e negli Stati
Uniti), i film più celebri dell'espressionismo furono realizzati nel breve giro
di 4 anni. Tra essi, non si può fare a meno di includere i seguenti: Golem (1920) di Paul Wegener ed Henrik
Galeen, La rotaia (1921) di
Lupu-Pick, Nosferatu, il Vampiro (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau, Destino (1921), Il Dottor
Mabuse (1922) e Metropolis
(1926) di Fritz Lang, Il gabinetto delle figure di cera (1924) di Paul
Leni.

(Lang: Metropolis)
Da fenomeno
di baraccone, snobbato e criticato dai ricchi e dai borghesi, il cinema diventò,
nel periodo che va dal 1924 al 1930, riconosciuta e apprezzata forma d'arte.
Un ruolo importante, in tal senso, lo svolsero alcuni registi francesi (Marcel L'Herbier, Jean Epstein, Germaine Dulac) che, animati dalla ricerca di novità, diedero vita alla cosiddetta "avanguardia", sperimentando nuove tecniche di ripresa e coinvolgendo intellettuali e spettatori in appassionate discussioni all'interno dei "ciné-club".
Su tutti si
distinse Abel Gance che lavorò per quattro anni alla realizzazione del film Napoléon
(1924-27), avvalendosi della collaborazione di altri cinque registi, di sei
operatori, di diversi produttori e di un' interminabile lista di attori e
tecnici. Il film, che ripercorre la vita del grande imperatore francese dalla
fanciullezza ai fasti della sua carriera, nonostante una drastica riduzione
della pellicola da 12.000 a 5.000 metri, aveva una durata di quattro ore e
mezza e alcune scene vennero proiettate contemporaneamente su tre schermi
ottenendo straordinari effetti.

Fu in questo
clima di rinnovamento - un clima che coinvolgeva anche la pittura, la
letteratura e la poesia - che fecero la loro prima comparsa altri registi (René
Clair, Jean Renoir, Jacques Feyder, Luis Bunuel), i quali, in seguito,
occuperanno posti di assoluta importanza nella storia del cinema.
Clair, legato alla poetica dadaista, si impose all'attenzione con Entr'acte (1924), un film imperniato sul sogno come pretesto per criticare la vanità e l'orgoglio degli uomini. Renoir, nonostante la povertà dei mezzi a sua disposizione, realizzò una versione cinematografica della fiaba di Andersen La piccola fiammiferaia (1927), incantevole per l'atmosfera in essa ricreata. Feyder diede un saggio di realismo filmico con Thérèse Raquin (1927). Bunuel, di origine spagnola, rese omaggio al suo connazionale Salvator Dali con due film surrealisti - Un chien andalou (1928) e L'age d'or (1930) - nei quali, utilizzando sequenze immaginarie e assurde, affrontava gli stessi temi che appassionavano alcuni letterati del primo Novecento: la disperazione, il terrore e l'anarchia.

René Clair Jean Renoir Jacques Feyder
Luis Bunuel